I cent’anni di Gabriel Garcìa Màrquez

Cent'anni di solitudine, uno dei capisaldi della letteratura del Novecento scritto in 16 mesi

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Il libro dello scrittore colombiano ha venduto oltre 20 milioni di copie e vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1969, foto di Wired

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio“.
Chiudete gli occhi per un attimo e immaginate la più selvaggia delle foreste colombiane, immaginate il profumo dei fiori, il verso degli animali, lo scroscìo delle fronde, il calore delle estati equatoriali. In questo scenario a dir poco paradisiaco di svolge quello che è uno dei romanzi più celebri della letteratura del Novecento: Cent’anni di solitudine, di Gabriel Gàrcia Màrquez, scritto in 16 mesi tutto d’un pugno.
Cent’anni si solitudine è ambientato a Macondo, la città degli specchi, un villaggio immaginario situato ai confini del mondo reale. Qui si narrano le vicende della famiglia Buendìa per ben sei generazioni, da Josè Arcadio, capostipite e fondatore di Macondo, ad Aureliano Babilonia che ne segna la fine. Un sottile filo rosso lega tutti i personaggi che si susseguono in un vortice confusionale a partire dal nome: i nipoti si chiamano come i nonni e hanno lo stesso carattere, le stesse inclinazioni, lo stesso istinto. I Buendìa e gli altri abitanti di Macondo trovano il modo di entrare in contatto con il mondo esterno solo con l’arrivo degli zingari nel mese di marzo che di volta in volta portano, a quegli uomini rimasti incatenati ad una solitudine secolare, la meraviglia della modernità.

La realtà e l’immaginazione si compenetrano, la superstizione e gli eventi prodigiosi sono all’ordine del giorno, il mondo dei vivi non è totalmente separato da quello dei morti e lo spazio e il tempo sono annullati. Via via che si susseguono le vicende dei Buendìa si assiste alla graduale disgregazione di Macondo, non solo economica ma anche morale: i costumi si fanno sempre più dissoluti,la gente sempre più povera e lo sfarzo e la meraviglia della città di specchi rimane solo un ricordo legato a un tempo antico. E’ l’ ultimo discendente della famiglia, rimasto rinchiuso nella solitudine di un villaggio popolato, ormai, da soli fantasmi, a determinare la fine di Macondo: egli, infatti, traducendo un’antica profezia, predice, pochi istanti prima, un turbine d’aria che in pochi secondi spazza via Macondo e la cancella dalla memoria e dal tempo, “perchè le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla Terra”.

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