Elezioni presidenziali in Iran, tra disillusioni e tenui speranze

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Elezioni presidenziali in Iran: Hassan Rouhani, presidente uscente e favorito alla vigilia, By Meghdad Madadi -https://commons.wikimedia.org

E’ giorno di elezioni presidenziali in Iran. Si andranno a definire gli equilibri politici interni al paese per i prossimi quattro anni, con le relative ripercussioni a livello internazionale. A contendere la leadership al presidente uscente Hassan Rouhani, sostenuto dalle forze riformiste, orfane di Akbar Hashemi Rafsanjani, sarà principalmente Seyyed Ebrahìm Raisi. Questo, candidato dell’area conservatrice, è sostenuto dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, e da tutte le forze più oltranziste. Gli altri candidati, Mostafa Hashemitaba e Mostafa Mir-Salim, si limiteranno, verosimilmente, a partecipare.

La presidenza andrà a chi al primo turno riuscirà a raggiungere il 50% più uno delle preferenze. Altrimenti, la legge elettorale prevede un ballottaggio tra i due candidati più votati, che si terrà, nel caso, il 26 Maggio.

Da lungo tempo (ma anche secondo gli ultimi sondaggi, che lo accreditano intorno al 41,6%), il favorito sembrerebbe essere Hassan Rouhani. Ma una riconferma non è scontata. Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’imam Reza a Mashhad, importante luogo di culto, è in forte ascesa. Il suo appeal sulle folle è dovuto principalmente all’insoddisfazione popolare in campo economico. Egli, infatti, imputa al presidente l’aumento della disoccupazione, l’abbassamento del potere d’acquisto delle famiglie e la chiusura di oltre 250mila piccole imprese. Tutto ciò nonostante l’accordo sul nucleare con gli Usa, che pure ha ridimensionato le sanzioni gravanti sul paese. Eppure, è proprio questo il più grande risultato del governo di Rouhani. Quando venne eletto nell’Agosto del 2013, due furono le sue promesse. La prima fu la distensione dei rapporti con gli Stati Uniti e il mondo occidentale, per far uscire l’Iran dal suo isolamento. La seconda, invece, si focalizzò sulla politica interna, ovvero sulla concessione di maggiori libertà politiche e sociali ai cittadini. Soprattutto alle donne.

Se in politica estera gli iraniani sono stati testimoni di un agire coerente, è sul piano interno che nulla è cambiato. Le esecuzioni capitali non si sono arrestate. Il governo dichiara come la maggior parte sia legata a reati di droga, ma rimane vero che si può essere “giustiziati” anche per adulterio, apostasia o omosessualità.

Ebrahim Raisi, conservatore sostenuto da Ali Khamenei e principale sfidante di Rouhani, fonte wikimedia.commons
Ebrahim Raisi, conservatore sostenuto da Ali Khamenei e principale sfidante di Rouhani, fonte wikimedia.commons

Inoltre, con particolare riferimento ai diritti delle donne, la situazione è pressoché rimasta immutata. Rouhani ha disatteso le pur tenui speranze. Per legge, in Iran, le donne ancora devono tenere il capo coperto e, se possono guidare (diversamente dall’Arabia Saudita), non possono però andare in bici. Calpestate nei loro diritti, non possono allontanarsi dal paese senza il permesso del marito o del padre, non possono esercitare la professione di giudice e, durante un processo, la loro testimonianza vale la metà di quella di un uomo. Questioni, queste, che il governo non ha minimamente toccato, mentre era in carica, ma che stanno ritornando nella retorica delle ultime giornate.

Le restrizioni della libertà, controllate e perpetrate dalla polizia morale, sono sempre più invise a quella parte della società più liberale e giovane (e istruita). E questa, invero, costituisce la fetta più abbondante dell’elettorato, dato che il paese ha un età media di 31,1 anni.

E’ un’enorme porzione della popolazione a cui il regime non sa e non vuole dare risposte e concreta rappresentanza. Il meccanismo vizioso, creato da Khomeini e i suoi accoliti all’indomani della rivoluzione islamica nel 1979, proibisce, di fatti, reali cambiamenti. Le elezioni presidenziali in Iran sono controllate dal clero più conservatore. Infatti, le candidature (e le leggi) devono passare al vaglio del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e della Guida Suprema (che quest’anno hanno respinto la ricandidatura dell’ex-presidente Ahmadinejad).

Eppure, nonostante queste restrizioni, il paese che il 19 Maggio si accinge a votare il suo nuovo presidente non è un paese rassegnato. Grazie alle nuove tecnologie e ai social-network, come Facebook e Twitter, i giovani sono sempre più aperti al mondo. Ed essi hanno imparato ad usarli anche come mezzi di protesta e spazi di libertà. Importante, in questo contesto, è la pagina Facebook della giornalista iraniana Masih Alinejad, My Stealthy Freedom, nata innanzitutto come luogo in cui protestare contro l’obbligatorietà del velo islamico. Qui, le donne iraniane hanno potuto (e possono) pubblicare la propria foto senza hijab, scattata per strada in un attimo di furtiva libertà, contravvenendo alla legge. La pagina, che ha oltre un milione di followers, è stata protagonista di varie campagne, tra cui #meninhijab, che ha visto diversi uomini postare la propria foto, con indosso l’hijab, in solidarietà con le proprie mogli, madri e sorelle.

E queste elezioni presidenziali in Iran sono state denunciate come inutili, per le donne, proprio da My Stealthy Freedom. Negli ultimi giorni, infatti, in una campagna per la soppressione della polizia morale, Masih Alinejad ha pubblicato un video (il cui link alleghiamo all’articolo) sul come le donne vengono trattate nel paese. In questo, diventato virale, si vede come una ragazza, per cercare di riavere i propri documenti, sottratti probabilmente a causa di una pretesa illiceità nel vestirsi, venga investita dalla polizia.

L’accusa al regime, ed anche ad Hassan Rouhani, è chiara. Le elezioni presidenziali in Iran non hanno mai cambiato nulla, internamente al paese. Ed è improbabile, qualunque sia il risultato di oggi, che lo faranno.

https://www.facebook.com/StealthyFreedom/videos/1779251912088895/

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