Gay Pride Istanbul: manifestanti caricati dalla polizia

0
Foto La Repubblica

Erano in 700mila a Roma lo scorso 12 giugno. Sfilavano orgogliosi dietro uno striscione recante la scritta “chi non si accontenta, lotta”. Il Roma Pride è stato l’occasione per ribadire al Governo italiano che la legge Cirinnà costituisce sì un passo verso l’uguaglianza, ma la meta è ancora estremamente lontana. Il London Gay Pride, invece, si è tinto di tenerezza: rimbalzano da ore sui social le foto del poliziotto che ha interrotto la manifestazione per chiedere al compagno di sposarlo.

Mentre in Italia si rivendica un diritto, in  Inghilterra si corona un sentimento, e in tante altre parti del mondo si sfila in nome della dignità di ciascun individuo a prescindere dal suo orientamento sessuale, ad Istanbul la parata annuale della comunità Lgbt ha visto bandiere arcobaleno macchiarsi dei toni scuri della repressione: la polizia, schierata in assetto antisommossa, ha caricato i manifestanti con gas lacrimogeni, poco distante da Piazza Taksim. Pare siano almeno 19 le persone fermate dagli agenti, tra cui anche un giornalista italiano.

In realtà che quello del 26 giugno non sarebbe stato un corteo tranquillo si era già intuito, tant’è che le autorità turche ne avevano vietato lo svolgimento per questioni di ordine pubblico: al pericolo di attentati terroristici si erano aggiunte le minacce dei membri dell’Alperen Ocaklari, organizzazione giovanile ultranazionalista e di estrema destra. Il gruppo si era dichiarato pronto a fermare autonomamente la marcia, in quanto immorale e contraria ai principi della religione musulmana, qualora non fosse stata annullata.

Le intimidazioni però, hanno convinto solo il Governo. Gli attivisti hanno scelto comunque di scendere in piazza, nonostante fossero già reduci dall’esperienza dello scorso anno, non meno cruenta dell’ultima. Anche il 13° Gay Pride di Istanbul, infatti, era stato prima vietato e poi disperso dagli agenti usando la forza.

Perché allora rischiare di nuovo di essere vittime di cannoni ad acqua, di proiettili di gomma, e di gas lacrimogeni? Che senso ha esporsi ancora al punto da diventare facile mira di attacchi di matrice islamista? Probabilmente quelli che hanno avuto il coraggio di scendere in piazza hanno capito che aggregarsi e marciare in nome delle proprie idee resta la risposta migliore contro la politica del terrore, adottata tanto dai gruppi terroristici, quanto da chi vorrebbe governare un popolo muto, passivo e spaventato, così abituato alle catene da non avere più la forza, né la voglia, di dimenarsi per cercare di spezzarle.

NESSUN COMMENTO