Le ICO promettono profitti da “fenomeno Bitcoin”, ma sono investimenti ad altissimo rischio

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Se la regola di non investire più di quanto non si è disposti a perdere rientra nel profilo di rischio di un investitore, allora le ICO potrebbero sicuramente far parte del suo portafoglio. È bene, però, che l’elevato profilo di rischio venga accompagnato da un’adeguata conoscenza sull’acquisto, la conservazione e lo scambio di  criptovalute perché, quasi sempre, l’Initial Coin Offering, avviene con l’utilizzo di valuta digitale (Bitcoin ed Ethereum principalmente). Le ICO sono l’equivalente delle IPO nei mercati regolamentati con una sostanziale differenza che la regolamentazione per l’emissione  per le prime è pressoché inesistente. E, difatti, mentre le IPO sono regolamentate da rigide disposizioni in materia di informazioni e trasparenza rivolta ai destinatari dell’offerta che hanno a disposizione un prospetto informativo completo, dettagliato e redatto su uno schema ufficiale approvato dall’ente nazionale di vigilanza e controllo sulle attività di borsa, le ICO si comprano, in pratica, a scatola chiusa. Le offerte iniziali di monete sono nuove forme di finanziamento che le società emittenti richiedono per avviare la propria attività d’impresa (generalmente una start up innovativa), ma le ICO possono anche riguardare il lancio di una nuova criptomoneta che viene offerta ai sottoscrittori a un prezzo iniziale di solito bassissimo, con la speranza che il mercato e l’andamento delle vendite possano farne lievitare il valore e consentire un ricavo per l’investitore. La nascita delle ICO è attribuita a J.R. Willett, un giovane ingegnere di Seattle, appassionato della tecnologia Bitcoin che nel 2012 pubblicò il white paper  ““The Second Bitcoin White Paper” e l’anno successivo lanciò la prima ICO (Mastercoin).

La società che intende lanciare una ICO elenca in un documento, chiamato white paper, le finalità del progetto, quale denaro è accettato, l’importo minimo necessario  alla partecipazione, la durata della fase di raccolta, quali token saranno distribuiti e quanti di questi token la società emittente decide di tenere per sé. Il sottoscrittore basandosi su questo documento che di solito non abbonda di informazioni e quasi mai risulta dettagliato sugli obiettivi che l’impresa si prefigge, decide sulla convenienza dell’investimento. Appare evidente che, essendo il white paper una semplice illustrazione di un’idea spesso approssimativa, sommaria e non sempre convincente, l’investitore è esposto a rischi elevatissimi che potrebbero comportare la perdita dell’intero capitale investito. Inoltre, la dubbia credibilità delle stesse società che lanciano le ICO, registrate non di rado in paesi classificati come paradisi fiscali (e, quindi, difficili da rintracciare in caso  scomparsa improvvisa senza restituzione delle somme raccolte), unitamente agli attacchi informatici che talvolta trafugano il controvalore dei token venduti dalle società emittenti, espongono i sottoscrittori a ulteriori ed enormi rischi oltre a quelli legati alla fattibilità del progetto.

Eppure, nonostante gli elevati fattori di rischio che le ICO mostrano di possedere come investimento, la raccolta fondi tramite questa innovativa modalità non sembra arrestarsi. Le motivazioni, probabilmente, sono da imputare all’attuale trend laterale della quotazione delle criptovalute che non genera apprezzamenti di valore soddisfacenti per i loro possessori e a un fatto emotivo legato alla personalità degli investitori in criptomonete che, abituati a considerevoli crescite di valore del proprio capitale ottenuto in poco tempo, anche volendo essere cauti e misurati, difficilmente rinunciano a investire, seppure una minima parte del loro portafoglio, in attività che promettono guadagni considerevoli.

Al momento della sottoscrizione gli investitori possono ricevere dalla società emittente security token oppure utility token. I primi sono strumenti finanziari, assimilabili alle azioni che conferiscono ai sottoscrittori quote di capitale sociale e, pertanto,  il rendimento dell’investimento rientra tra il capitale di rischio condizionato dal risultato economico dell’impresa. Gli utility token offono ai sottoscrittori la possibilità di usufruire dei servizi offerti dall’impresa a un costo vantaggioso oppure la società emittente garantisce ai possessori la possibilità di acquistare i  beni  o servizi prodotti dall’impresa a un prezzo di favore rispetto agli acquirenti ordinari.

Chi volesse dedicarsi all’investimento in ICO dovrebbe prima di tutto depositare su di un wallet, che non sia del tipo “paper wallet”, le criptovalute necessarie all’acquisto dei token e successivamente dovrebbe dedicarsi pazientemente alla ricerca di informazioni sulle ICO già nate e su di quelle che stanno per nascere utilizzando siti come Coinschedule, Ico Alert, Ico Bench o altri ancora. Su queste piattaforme è anche possibile conoscere tempi di scadenza e percentuale di raccolta che aiutano a decidere sulla fattibilità dell’investimento.

Se diverse ICO sono risultate truffaldine o non sono riuscite a raccogliere i fondi necessari per iniziare la loro attività, non mancano, comunque, esempi di ICO che hanno avuto successo e tra le principali di queste ultime vanno ricordate (citandone solo alcune) Ripple, Ethereum e Lisk tra le criptomonete, mentre tra le ICO token sicuramente meritano una menzione Golem, Augur, Melonport.

Investire nelle ICO comporta rischi elevati e si hanno poche certezze di profitti anche quando il progetto dovesse risultare realistico, interessante e innovativo. Potrebbe, infatti, capitare che il mercato premi un progetto ugualmente valido ma concorrente oppure  l’idea non riesca nemmeno a realizzarsi per un processo di obsolescenza veloce. Le ICO, oltretutto, offrono poche garanzie e non consentono di individuare in esse quegli  elementi che ne assicurano il successo; l’effetto sorpresa, nel bene o nel male, è insito nel tipo di investimento. Eppure alcuni progetti rivoluzionari sono decollati proprio attraverso questa forma di raccolta fondi e questi buoni esempi, comunque, non sono destinati a rimanere isolati.

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