L’is e la sua interpretazione della Sharia. Una nuova schiavitù

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Donne schiave dell'isis

La Sharia è un testo sacro. Un testo che può essere interpretato e frainteso come tutti i testi sacri. La Reuters ha reso nota, grazie ad alcuni documenti venuti in possesso delle forze Usa, una fatwa dello Stato Islamico con le regole per trattare le donne e i bambini degli infedeli catturate dai combattenti del sedicente Califfato. In questa fatwa si decidono le pratiche sessuali da  svolgere con le prigioniere.

La fatwa  è una risposta data da un esperto di Sharia a un giudice. Nel testo diffuso da Retures, datato il 29 gennaio 2015, il giudice chiede all’esperto: «Alcuni fratelli hanno commesso delle violazioni sul tema del trattamento delle schiave. Queste violazioni non sono permesse dalla Sharia, perché queste regola non sono state affrontate (aggiornate) da secoli. Ci sono indicazioni?». L’esperto dà il suo parere riguardo alla questione: «Una delle grazie che ha fatto Allah al Califfato è la conquista di ampie aree del paese e un’inevitabile conseguenza della jihad è che donne e figli degli infedeli diventeranno prigionieri dei musulmani. Per questo è necessario chiarire alcune regole sui prigionieri». Da questo punto del testo in poi si susseguono una serie di indicazioni che sembrano riportarci anni indietro nel tempo, a quella schiavitù che per così tanti anni abbiamo combattuto.

«Non si può fare sesso con una prigioniera prima che abbia avuto il ciclo mestruale e sia pulita»; «Se è incinta, non si può fare sesso con lei fino al parto» e «Non le si può causare un aborto». Se poi la prigioniera ha una figlia, il padrone può avere rapporti soltanto con una delle due. Nel caso in cui le prigioniere sono sorelle, il padrone deve sceglierne una, ma può fare sesso con l’altra «se vende la prima, la regala o la libera». Se una donna è prigioniera di un padre, «suo figlio non può avere rapporti con lei, e viceversa». Poi tra queste righe un barlume di umanità: «E’ vietato fare sesso anale con una priginiera», «bisogna mostrare compassione, comportarsi bene con lei, non umiliarla».

Queste parole non appartengono alla cultura islamica, sono voci di individui che non hanno saputo affrontare e superare il loro passato di sofferenza e di trasparenza.

Come riporta Reuters, il professore Abdel Fattah Alawari, rettore di Teologia islamica all’università Al-Azhar del Cairo, sostiene che lo Stato Islamico «non ha nulla a che vedere con l’Islam. Islam vuole la libertà per gli schiavi, non la schiavitù. La schiavitù era lo status quo quando è nato l’Islam. Giudaismo, Cristianità, greci, romani, persiani, la praticavano e prendevano le donne dei nemici come schiave sessuali. L’Islam lavorò per rimuovere questa pratica». Queste parti della Sharia, interpretate dall’Is, servivano per porre forre fine alla schiavitù non per sostenerla.