La bufera dopo l’intervista di Salvo Riina a “Porta a Porta”

0
L'intervista di Salvatore Riina a Porta a Porta
L'intervista di Salvatore Riina a Porta a Porta

Imperversa la bufera dopo l’intervista di Salvo Riina a Porta a Porta. Da una parte si schiera la Rai e dall’altro la Commissione Antimafia, convocata subito dopo la decisione di mandare in onda il figlio del boss Totò. Per la presidente Rai, Monica Maggioni, il problema non è tanto l’intervista in se quanto il modo in cui è stata condotta: «Nell’atteggiamento della Rai non c’è nessun tipo di negazionismo come dimostra la programmazione quotidiana da decenni. Poi però accade quello che è accaduto ieri», ha risposto la presidente in commissione Antimafia.«Dobbiamo tenere conto del contesto e delle responsabilità del servizio pubblico», soprattutto perché la ferita mafiosa per l’Italia «non è il passato, è l’oggi, è il presente». «Quel racconto ha moltissime cose che lo rendono insopportabile. Prima di tutto non rinnegare il padre e dare dall’inizio alla fine un’intervista da mafioso. Quale è», ha concluso la presidente.

A difendere la Rai, invece, si è schierato il direttore generale della tv pubblica Antonio Campo Dall’Orto: . “Dopo un confronto con il direttore editoriale dell’informazione Rai Carlo Verdelli, lui ha ritenuto che fosse giornalisticamente difendibile e potesse contribuire ad aumentare il dibattito rispetto al racconto intorno alla mafia. Il mio compito non è essere censore né l’ultimo decisore di tutto, ma l’ultimo decisore solo quando serve”. Inoltre, ha puntualizzato il direttore: «Dopo un confronto con il direttore editoriale dell’informazione Rai Carlo Verdelli, lui ha ritenuto che fosse giornalisticamente difendibile e potesse contribuire ad aumentare il dibattito rispetto al racconto intorno alla mafia. Il mio compito non è essere censore né l’ultimo decisore di tutto, ma l’ultimo decisore solo quando serve». Dello stesso parere è anche Burno Vespa che ha confermato che per la Rai «non c’è niente da riparare».

Di tutt’altra opinione, invece, è la presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi: «Non ho visto la trasmissione ieri sera per non alzare lo share. L’ho vista stamattina e non è stata un’intervista del figlio sul padre ma del figlio di un capo di Cosa Nostra che ancora mesi fa dal carcere mandava messaggi di morte. È evidente che il perimetro delle domande sia stato fissato da Riina e dall’editore (del libro scritto da Riina jr, occasione dell’intervista, ndr) , non si è toccato la vera realtà di Cosa Nostra. Riina ha negato l’esistenza della mafia lanciando messaggi inquietanti». Per la presidente Vespa non è stato in grado di reggere il gioco, perché  «era chiaro che era lui che conduceva la partita. «Ha firmato la liberatoria – continua la Bindi – perché quello era il messaggio che voleva mandare». E il massaggio che vogliamo mandare noi, invece, di una trasmissione riparatoria per la Bindi è un fatto gravissimo, «perché che ci possa esser par condicio tra mafia e chi la combatte, tra vittima e carnefice». «Ci nasce questa domanda: se la trasmissione – conclude la presidente – di questa sera possa essere un rimedio peggiore del danno».

Alle parole di protesta della Bindi si uniscono quelle del presidente Pietro Grasso. “Io penso – dichiara il presidente – che il servizio pubblico non debba avere limiti all’informazione, ma deve imporre un diverso grado di responsabilità e di serietà. Che contributo hanno dato le parole di Riina a una maggiore conoscenza del fenomeno mafioso? Non si può banalizzare la mafia, non si ci si deve prestare a operazioni commerciali e culturali di questo tipo, e una puntata riparatoria non giustifica, anzi sembra mettere sullo stesso piano il punto di vista della mafia e quello dello Stato”. Partono, poi, anche le accuse: “Quando sono andato alla Rai la liberatoria me l’hanno fatta firmare sempre prima, anche quando abbiamo fatto delle registrazioni. Ho sentito che lui ha firmato dopo aver visto il filmato”, segno del “grande rispetto anche da parte della Rai… forse lui aveva timore che gli fosse sfuggito qualcosa di compromettente…”.

Forse per comprendere davvero cosa è accaduto ieri sera, dobbiamo ascoltare la voce di chi, come Caludio Fava, dentro a questo mondo ci vive: «Il problema non è intervistare il figlio di Riina o Totò Riina in persona o un altro macellaio mafioso. Il problema è come lo intervisti. Le domande che gli fai. Le risposte che pretendi di ottenere. Senza piaggerie, senza untuosità. Il punto è che se davanti hai il figlio di Totò Riina non gli permetti di costruire il siparietto su quant’era bravo e premuroso quel padre, che tanto della mafia se ne occupano i tribunali. Se quell’intervista hai voglia (e le palle) per farla, la fai come si deve: costringendo il cerimonioso rampollo a parlare degli ammazzati collezionati dal padre, dell’odore del napalm che attraversava quegli anni palermitani, dei soldi accumulati dal suo genitore, del potere esercitato, delle obbedienze ricevute. Dei suoi amici, gli chiederei. Dei protettori, dei servi, degli imbelli. Gli chiederei di parlare di Cosa Nostra, altrimenti aria!
Io lo avrei intervistato, il figlio di Riina. Come a Panama ho intervistato il generale Noriega. In Somalia il signore della guerra Aidid. A Bagdad il vice di Saddam, Tarek Aziz quando il suo capo era in guerra col mondo. E in Salvador il colonnello D’Abuysson. A Roberto D’Abuysson chiesi, senza giri di parole, se fosse vero che monsignor Romero l’aveva fatto ammazzare lui. Non mi rispose: si tolse gli occhiali a specchio, li pulì a lungo, li inforcò di nuovo, mi guardò. E non mi rispose. Poi mi disse che l’intervista era finita. Fu la mia migliore intervista.
Ve lo ricordate Peter Arnett quando intervistò Saddam che aveva appena invaso il Kuwait? Arnett era l’unico americano a Bagdad, un potenziale e preziosissimo ostaggio. In quell’intervista mise in ginocchio il rais, gli tolse il sorriso dalla bocca, lo umiliò senza insultarlo: bastarono la schiena dritta e le domande giuste. Un’intervista magistrale.
Il punto è che Vespa non è un giornalista. O meglio: con il figlio di Riina o di Casamonica non gli interessa fare il giornalista. Non ha la schiena dritta. Fa le domande sbagliate. Gli serve solo l’audience. E se per un punto di share in più conviene parlare del natale in casa Riina piuttosto che dell’estate di Capaci, Vespa questo farà. Insomma, un intrattenitore, un imbonitore, minuscolo con i potenti, gradasso con i vinti. E non risolvi nulla se metti a fianco dell’intervista al giovane Riina l’altra intervista a un orfano di mafia: cos’è, mafia e antimafia? Un auditel del dolore? Un modo per ripulirsi la coscienza?
Se il figlio del capo dei capi di cosa nostra scrive un libro e ha voglia di farsi intervistare deve venire a spiegarci quello che noi vogliamo sapere, non quello che lui vuole dirci. Al posto della Rai, l’intervista l’avrei fatta ma l’avrei affidata a uno dei suoi giornalisti (qualcuno c’è…) che le domande sa farle senza chiedere permesso, che non si sarebbe accontentato dei teatrini familiari di casa Riina ma avrebbe preteso dal signor figlio di parlare di tutto il resto. Oppure, meglio, l’avrei fatto intervistare da uno delle decine di giovani e bravi cronisti che gli amici di Riina minacciano ogni giorno di morte e di scomunica, che sono costretti a vivere sotto scorta, che fanno questo lavoro per quattro euro ad articolo.
E se a quel punto Riina junior s’offendeva, non voleva, si rifiutava: bene. Era quella l’intervista». Parole per riflettere e capire.