A 50 anni dall’introduzione della Legge sul Divorzio

Una conquista di progresso civile, di dignità, di rispetto per i sentimenti che possono mutare nel tempo

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La legge che introdusse il divorzio in Italia fu approvata dalla Camera cinquant’anni fa, il primo dicembre del 1970. Erano quasi le sei del mattino, e le votazioni erano iniziate alle dieci del giorno precedente. La legge n. 898/1970 è conosciuta anche con il nome di “Fortuna-Baslini”, dal nome dei due deputati, Loris Fortuna (socialista) e Antonio Baslini (liberale), i quali furno i primi firmatari delle proposte di legge. Una svolta storica sorta dopo anni di conflitti che proseguirono anche negli anni successivi e dopo che fuori dal parlamento la riforma era stata chiesta e sostenuta dai movimenti delle donne e dai radicali.

Nel 1974, dopo che 1 milione e 300mila firme furono depositate in Cassazione, si tenne il referendum abrogativo della legge. Fu il primo nella storia della Repubblica e venne promosso dalla Democrazia Cristiana. Si votò il 12 e il 13 maggio e si recarono alle urne più di 33 milioni di persone, l’87,72 per cento di chi ne aveva diritto: i “no” che confermarono il divorzio ottennero il 59,30 per cento, i “sì” il 40,7 e la Baslini-Fortuna fu definitivamente confermata.

Fin dall’Unità d’Italia le iniziative per inserire nell’ordinamento italiano il divorzio, almeno dieci, vennero bocciate soprattutto a causa dell’influenza delle gerarchie della Chiesa cattolica. L’Italia rimaneva uno dei pochi paesi europei in cui vigeva l’indissolubilità del matrimonio (se non per causa di morte). Era previsto l’istituto giuridico della separazione legale: un giudice poteva cioè riconoscere che due persone non potessero più continuare a vivere insieme, ma quelle stesse persone dovevano rimanere legate dall’obbligo della fedeltà e dell’assistenza reciproca: non potevano dunque formare una nuova famiglia. Era invece possibile ottenere l’annullamento attraverso la Sacra Rota, ma solo in alcuni casi e solo per chi si poteva economicamente permettere tutta la procedura: separarsi era dunque un privilegio per pochi.

Dopo la prima approvazione alla Camera (ci vollero 33 sedute e gli interventi di 133 deputati), la discussione passò al Senato che votò il 9 ottobre del 1970. Il testo emendato tornò alla Camera che il 1 dicembre del 1970 lo approvò in via definitiva (con 319 sì e 286 no, su 605 votanti e presenti). I divorzi nel primo anno di applicazione della legge furono 17.134, l’anno dopo 31.717.

La legge del 1970 venne modificata più volte, nel 1978 e nel 1987 quando – grazie al presidente della Camera Nilde Iotti – si ridussero da cinque a tre anni i tempi necessari per arrivare alla sentenza definitiva. Nel 2015 è stato approvato un disegno di legge che introduce il cosiddetto divorzio breve, che riduce il periodo tra separazione e divorzio, e anticipa lo scioglimento della comunione dei beni.

Una grandissima conquista per i diritti civili che ricordiamo con una celebre frase che pronunciò Nilde Iotti, il 25 novembre del 1969, quando l’iter legislativo era ormai alle ultime battute:

(…) La Chiesa stessa non ha mai fatto questione, nelle sue sentenze di nullità del matrimonio, della presenza dei figli. Non è mai stata questa una ragione che abbia impedito ai tribunali ecclesiastici di emettere sentenze di nullità del matrimonio. (…) Aggiungo, infine, onorevoli colleghi, che la condizione dei figli in una famiglia tenuta insieme per forza, in una famiglia dove la violenza o, peggio – dico peggio – l’indifferenza sono alla base dei rapporti dei coniugi, è la peggiore possibile, e causa la devastazione della loro personalità».