Accordo Ue-Turchia, la voce dei più deboli: “Mi ucciderò se mi rimandano indietro”

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Un padre e la sua bambina allo sbarco sull'isola di Lesbo
Un padre e la sua bambina allo sbarco sull'isola di Lesbo

Tornare indietro, a tutti i costi. Sono questi i termini dell’accordo tra Turchia e Europa. Ma non tutti sono d’accordo: i protagonisti di questa vicenda, quelli che di tutta questa storia ne pagheranno le spese, non vogliono dover dire addio ad un futuro per cui hanno combattuto. E per cui continueranno a combattere. Rizwan Mamoud chiede questo, prega affinché nessun altro possa scegliere il suo destino.

«Mi chiamo Rizwan Mamoud, sono pachistano e mi ucciderò, se l’Europa non mi aiuta. Tenteranno di rimandarci in Turchia? Mi butterò in mare, e morirò a 22 anni. Raggiungerò mio fratello: lui ne aveva 16, me l’hanno ucciso davanti agli occhi durante il viaggio». Rizwan come tanti altri dal Pakistan è arrivato fino in Grecia. Ora si trova nell’unico campo rimasto aperto nell’isola di Lesbo, quello che si trova a ridosso del castello di Mitilene e che è gestito dai volontari di No border kitchen. Altri meno fortunati, invece, finiscono nel grande hot spot di Moria, sul monte alle spalle di Mitilene, circondato da reti e filo spinato. Pronti per la partenza.

«Toccate qui. Sentite quant’è fine questa plastica nera? È con questo gommone spiaggiato a brandelli che sono sbarcato in Grecia con gli occhi ancora gonfi di lacrime per mio fratello Usman», racconta Rizwan. Suo fratello era partito con lui, ma la sorte ha voluto che non arrivasse a destinazione: «Gli hanno sparato i banditi iraniani – continua Rizwan -. Cercavamo di raggiungere il confine con la Turchia, il 6 febbraio ci hanno assaltato di notte sui monti Maku. Eravamo in 150, loro sono spuntati all’improvviso e hanno iniziato a sparare in aria. Ci hanno fatto mettere in fila, mio fratello era il primo. Uomini terribili. Uno di loro si è avvicinato, ha cominciato a schiaffeggiarlo dicendogli di consegnare tutto, soldi e cellulare».

Usman, però, aveva soltanto 15 lire turche; ha aperto le mani in segno di resa e gli hanno sparato al petto. Rizwan non ha neanche potuto raccogliere il corpo di suo fratello, lo hanno costretto ad allontanarsi. La verità fa male e Rizwan non vuole far soffrire i suoi genitori: «Mio padre e mia madre hanno venduto casa per mandare me e mio fratello in Europa. Non li chiamo, non ho il coraggio di dire loro che Usman è morto, che hanno venduto casa per niente, e non riavranno il corpo. Capite perché io, e tanti altri come me, siamo pronti a ucciderci, se ci rimanderete in Turchia?». Perché Rizwan, come tanti altri, non è fuggito per cercare fortuna, ma per il diritto di avere una vita degna di essere vissuta. «A Sialkot, nel Punjab, la vita è impossibile. Avete visto come hanno massacrato i bambini nel parco a Lahore? Fuggivamo per vivere in pace», conclude Rizwan.