Arrestato il latitante Matteo Messina Denaro. E adesso?

0
Matteo Messina Denaro
Fonte: Wired

«Mi chiamo Matteo Messina Denaro», ha detto il boss di Castelvetrano non appena si è visto accerchiare dagli uomini del ROS e del GIS, ieri mattina, dopo aver fatto colazione al bar della clinica d’eccellenza “La Maddalena” di Palermo, dove, a causa di un tumore, si recava per delle sedute di chemioterapia. Gli occhiali scuri, una giacca scamosciata e un orologio costosissimo al polso: questo l’outfit di Andrea Bonafede, falso nome di ‘U Siccu.

È crollato il mito, l’ultimo dei Corleonesi è stato consegnato alla giustizia, ma senza manette perché quelle si mettono ai delinquenti da quattro soldi… Mafioso anomalo, “figlio d’arte”, pupillo di Riina, affezionato alla tradizione ma capace di sovvertirla utilizzando, ad esempio, apparecchi tecnologici per comunicare o conducendo una vita sentimentale agitata, tra avventure (anche con donne straniere), relazioni più stabili e figli non riconosciuti. Ma d’altronde se c’è una cosa che Messina Denaro ama, oltre al lusso, sono proprio le femmine. Era un uomo che si faceva volere bene, latitante da trent’anni grazie ad una ‘zona grigia’ vastissima fatta di persone di fiducia, del suo territorio, che conosceva e sapeva di avere in mano, nonostante negli anni si fosse fatta terra bruciata attorno a lui con decine di arresti tra familiari, amici e collaboratori.

In tanti hanno stappato e bevuto una bottiglia di quello buono, brindando a una vittoria storica. Certo, trent’anni non sono proprio pochi e questo dovrebbe far riflettere su come in Sicilia, ma in realtà in tante parti d’Italia, si respiri un’aria di favoreggiamento, di connivenza, un atteggiamento che non è riuscito ad essere sradicato e che ha permesso ai grandi capi mafia di poter restare invisibili a lungo: fantasmi per lo Stato ma sempre al comando.

Non è la fine della mafia ma di certo è la fine di un ciclo nel quale tutti i mafiosi anziani e di rilievo sono morti oppure marciscono in galera al 41 bis. Non bisogna però abbassare la guardia; come ha ricordato oggi Marco Travaglio sul Fatto: «l’ultimo boss è sempre il penultimo: a quell’età e in quelle condizioni ogni capomafia si premunisce per tempo nominando il successore e passando tutte le consegne per garantire continuità all’organizzazione».

Adesso resta da capire il da farsi. L’arresto di un latitante è sempre una buona notizia, certo, ma se la gallina delle uova d’oro non dovesse parlare? Messina Denaro ha poco da chiedere e troppo da dire, conserva tanti segreti e moltissime sarebbero le cose da chiedergli. Che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino, sottratta sul luogo della strage in via d’Amelio? Perché non è stato perquisito il covo di Totò Riina, dopo il suo arresto, e cosa c’era al suo interno? Quali carte nascondeva? Che ne è di tutto il tritolo fatto venire in Sicilia per attentare alla vita del giudice Nino Di Matteo? E la stagione delle stragi del ’92 e ’93? Quanto c’entrò la politica? La mafia ha trattato con lo Stato, in che termini? Eccetera, eccetera.

Non bisogna farsi troppe illusioni. Grande responsabilità ora l’avranno i giudici, quando dovranno interrogarlo. Inoltre, la magistratura e le forze dell’ordine non devono arenarsi ma continuare a porsi obiettivi sempre altissimi. Non bisogna lasciare respiro alla criminalità organizzata. Deve essere una lotta continua e ininterrotta, una guerra efficace anche e soprattutto grazie alle intercettazioni. Come ha sottolineato il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia: «Senza intercettazioni non si possono fare le indagini di mafia», una dichiarazione in netto contrasto con quanto affermato alla fine dello scorso anno dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Un mafioso vero non parla al telefono, né al cellulare».

Resta acceso il nodo della giustizia, soprattutto quello attorno al tema dell’ergastolo ostativo, norma che esclude dall’applicabilità dei benefici penitenziari gli autori di gravi reati legati alla criminalità organizzata, al terrorismo, qualora ovviamente il condannato non scelga di collaborare. Ebbene, sarebbe gravissimo se questo provvedimento sacrosanto venisse rimosso. La premier Giorgia Meloni ha di recente tranquillizzato gli animi affermando che non verrà toccato in alcun modo.

Ieri la giornata si è chiusa col sorriso; per le strade, sui social, è sembrato quasi che tutti fremessero dalla voglia di condividere la notizia, di discuterne. Questo è un bene, accendere un faro sul tema della criminalità organizzata – cancro della nostra società – è fondamentale. Ora però non bisogna fermarsi. Il fronte non deve arretrare. Gli animi devono restare caldi, se non addirittura in ebollizione, ad inseguire degli ideali di legalità e di giustizia.