Intervista ad Arrigo Geroli, autore de “Il Bivio”

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Ciao Arrigo, ti va di raccontarci il preciso momento in cui la storia che narri ne “Il Bivio” ha fatto capolino tra i tuoi pensieri?

Ciao Rebecca, “Il bivio” è il mio romanzo d’esordio: un thriller psicologico che ci condurrà insieme a Christian e Achille attraverso Lione, Bruxelles e Milano, in un autunno gelido e opprimente, specchio di quella cupa aura di disperazione che sembra avere irrimediabilmente impregnato le loro esistenze e quelle di chi sta loro vicino. Detto così fa una certa impressione, lo so, ma nonostante la gioiosa premessa, se “Il bivo” esiste è solo perché è parte di me, il veicolo con cui condurre il mal di vivere il più lontano possibile dalla mia bocca dello stomaco, scavando a piene mani tra le mie passioni e le mie paure. Buttando nel cestino tutta questa enfasi, per rispondere alla tua domanda: qualche anno fa, a corto d’ispirazione, chiesi a un amico di darmi un nome, un luogo e un motivo. Senza pensarci troppo, mi disse: “Christian, Lione, un viaggio di lavoro”. Ho iniziato a scrivere.

Quella di Christian e Achille è una storia decisamente originale che si conclude con un colpo di scena per niente scontato, eppure abbiamo imparato che spesso la realtà può davvero assumere aspetti più conturbanti della fantasia. Quanto è importante per uno scrittore, soprattutto di thriller, attingere dalla realtà?

Ciò che “siamo” è la reazione alle realtà con cui abbiamo convissuto, dal momento della nostra nascita a oggi, quindi è inevitabile prendervi spunto, ma se attingere al quotidiano significa sfruttare canali preferenziali scavati dalle più o meno macabre mode del momento, allora devo dire che non fa per me: né come lettore né come scrittore.

Che sia per un motivo o per un altro, entrambi i protagonisti principali de “Il Bivio” hanno visto la propria vita sgretolarsi sotto i loro occhi. Cosa credi che li spinga a reagire in modo diametralmente opposto?

Achille si è sempre rifiutato di vedere, mentre Christian non ha mai perso il contatto con la realtà, anche se a lungo non ha avuto la forza di reagire. Si può perdere mille volte, ma tenendo gli occhi chiusi non c’è battaglia.

Christian è in parte artefice del proprio tormento, avendo lasciato andare la persona che amava perché influenzato dal giudizio di un padre un po’ troppo invadente. Tu avresti mai consentito, nella vita reale, di perdere una persona importante a causa delle inattese aspettative di altri?

Dico solo che, per fortuna, non mi sono mai trovato in una situazione simile. Al giudizio del prossimo do un’importanza relativa, ma quando gli “altri” sono persone che ami e che potresti ferire con il tuo comportamento, i pesi sui due piatti della bilancia potrebbero rivelare una consistenza inaspettata.

La storia che narri ne “Il Bivio” si svolge tra Lione, Bruxelles e Milano. Queste città hanno un qualche valore particolare per te?

Mi sono innamorato di Bruxelles nel dicembre 2007, quando mi ci sono recato per assistere alla commemorazione delle “Factory Nights”, serate organizzate al “Plan K” tra il 1979 e 1982 dalla Factory Records, etichetta discografica di Manchester catalizzatrice di talenti musicali del calibro di Joy Division, New Order, Section 25, punte di diamante dell’allora nascente movimento post-punk. Ho trovato una città viva e stupenda, abbellita dalle luci natalizie e dai baracchini dispensatori di delizie (leggi: crêpes al miele e alla Nutella). Gli occhi di Christian che hanno ammirato la bellezza bizantina della Chiesa di Saint Marie e l’imponenza gotica della Cattedrale di Saint Michel, sono i miei. Ciò che è accaduto in questi giorni alla città mi ferisce nel profondo e rafforza certe mie convinzioni sulla natura tumorale del genere umano. Milano e l’hinterland milanese rappresentano le mie radici. L’idea di una città talmente aperta al nuovo da seppellire i propri navigli sotto tonnellate di sabbia e terra per costruirci delle strade mi dà il voltastomaco, ma nessuno sceglie le propri madri. Lione? Beh, chiedilo a quello di: “Christian, Lione, viaggio di lavoro”! Però, ogni volta che a pagina 20 rileggo della cena da Emeric Perret, mi viene l’acquolina in bocca…

C’è stato un momento in cui hai capito di voler fare lo scrittore o “Il Bivio” rappresenta solo un’esperienza isolata?

Scrivo racconti e romanzi da quando sono bambino, ma con “Il bivio” sono riuscito per la prima volta a tradurre le mie emozioni con parole appropriate: non è una lettura semplice e necessita di un approccio attivo, ma non lo modificherei di una virgola. La scrittura è una delle mie grandi passioni, ma non è l’unica: tra l’ascolto di cd e lp, i numerosi concerti di musica indipendente, i fumetti di Sandman e Hellblazer e le carrettate di film e serie tv, il mio sollazzo ha di che nutrirsi.

Ti andrebbe di raccontarci qualcosa in merito a tuoi eventuali progetti futuri?

Ultimamente ho scritto alcuni racconti, che col tempo mi piacerebbe unire in una raccolta, ma nel futuro immediato non ho in programma nessuna proposta di pubblicazione. Riguardo a “Il bivio”, il 17 settembre, nella Biblioteca di Senago, avrà luogo la presentazione del romanzo, un evento arricchito dall’esposizione di fotografie e dipinti (donatomi da alcuni generosi artisti), che godrà di una colonna sonora rigorosamente dark e post-punk. Il viaggio negli stati della mente – Boccioni Docet – è appena iniziato.