Benetton e mapuche: la verità storica

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Le storie di conquiste di mondi e di genti sono quelle che da sempre accendono i sogni e le fantasie dei piccoli lettori, quelle che poi verranno narrate in saghe epiche o portate nei cinema di tutto il mondo.

Ma quella che vogliamo raccontare oggi è la storia di una conquista salita alla ribalta delle cronache di ogni colore come quella di un’usurpazione ingiusta e senza scrupoli. Gli attori in gioco sono quelli dei migliori racconti epici: abbiamo una terra lontana, tanto bella quanto angusta. Abbiamo un popolo libero, che lotta per difendere il suo territorio. Abbiamo una ricca e potente famiglia, pronta a mettere le mani su quel tesoro immacolato.

Dunque abbiamo proprio tutto, non è vero? Ogni elemento della narrazione è un passo che porta alla condanna del cattivo usurpatore. Lasciatemi dire che è vero, abbiamo tutto… Ad eccezione però dell’onestà di informazione, della completezza del quadro, della verità dei fatti.

Ma torniamo alla nostra storia. Si può dire che tutto ebbe inizio più di 500 anni fa, quando la Patagonia – punta meridionale dell’America del Sud – fu oggetto di spartizione territoriale da parte di Cile e Argentina dopo decenni di conquiste spagnole e inglesi.

Il popolo indigeno che la abitava era costituito dai “Mapuche” (letteralmente “Gente della terra”), abituata a vivere da secoli in quella landa desertica e inospitale seppur meravigliosamente affascinante. Talmente affascinante e unica a livello naturalistico da spingere Argentina e Cile, secoli dopo, a ricavarne un guadagno nell’unico modo possibile: il turismo.

La scoperta della Patagonia come meta turistica a partire dagli anni ’80 accese su di essa i riflettori attirando l’attenzione di star hollywoodiane, magnati multimiliardari e imprenditori facoltosi, pronti a sfruttare – in maniera del tutto lecita e legale – i doni che quella terra aveva da offrire.

E proprio questi ultimi, gli imprenditori, sono gli altri protagonisti della nostra storia. Più precisamente i Benetton, che nel 1991 acquistarono l’1% della terra con lo scopo di insediarne le proprie attività produttive. Va da sé che l’acquisto di una tale vastità di territorio non poteva prescindere dall’avere a che fare con la popolazione nativa, la quale fin da subito beneficiò di questa nuova presenza, potendo usufruire di servizi e infrastrutture (ad esempio scuole e ospedali) fino ad allora ritenute impensabili.

Leggi la comunicazione ufficiale di Benetton in merito alla questione Mapuche

Ma allora cosa spinge questo popolo, che negli anni si è perfettamente integrato e ha vissuto beneficiando dei vantaggi di questa moderna colonizzazione pur preservando le proprie tradizioni culturali e storiche, a iniziare una crociata contro la famiglia Benetton? Semplice: il cosiddetto “diritto ancestrale”. Ovvero il diritto di vivere e disporre di un determinato territorio in quanto abitato da sempre, diritto che entra facilmente in conflitto con la rivendicazione dell’uso esclusivo delle terre acquistate legittimamente e legalmente dagli effettivi proprietari.

Questione morale e ideologica a parte, l’idea che si è diffusa del “cattivo della storia” come il conquistatore senza scrupoli mosso solo dal desiderio di espansione, non trova alcun riscontro nella realtà dei fatti, ma è piuttosto frutto della solita congettura organizzata da quella parte di stampa affamata di sensazionalismo forzato, dell’urgenza dello scandalo, di quel bisogno di dipingere un malvagio a tutti i costi, ancor meglio se si tratta di un imprenditore che negli anni ha fatto dell’inclusione di razza la sua bandiera nel mondo.

La verità della nostra storia moderna è solo una: non esiste nessun usurpatore capitalista e nessun magnate benefattore. Non esiste un oppresso né un despota, non esistono eroi né vittime. Esiste l’imprenditoria di successo e il sacrosanto bisogno di proteggere le proprie origini. Esiste la necessità di convivere tra genti e il bisogno di comprendere che la parola “proprietà” può anche voler dire condivisione.