Cause e poteri che hanno indebolito le banche

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“In fondo al mio solaio in un vecchio” bauletto alcuni giorni addietro ho cercato un manuale di tecnica bancaria, risalente agli anni 90 del secolo scorso, per verificare i miei ricordi sulle riserve di liquidità e il moltiplicatore dei depositi. Con la lettura trovo conferma che allora la Banca d’Italia imponeva alle banche ordinarie di non impiegare l’intera somma raccolta con i depositi, ma di conservare una percentuale del 15% in liquidità per fronteggiare eventuali squilibri tra i flussi in entrata (versamenti in deposito) e flussi in uscita (richieste di rimborso).

L’obbligo fungeva soprattutto da strumento di politica economica. Variare la percentuale da accantonare a riserva consentiva, di fatto, alle autorità monetarie di aumentare o diminuire il credito da destinare alla produzione e al consumo. Tuttora esiste l’obbligo imposto alle banche di non impiegare la totalità della raccolta da clientela, ma la percentuale della riserva è appena del 2%, segno quindi evidente che le autorità monetarie ritengono opportuno immettere sul mercato del credito una gran massa di liquidità allo scopo di finanziare e rilanciare le attività produttive e i consumi.

Nel 2015, consultando i rapporti mensili ABI, la raccolta da clientela delle banche, senza tener conto delle obbligazioni, è stata di poco superiore ai venti miliardi di euro. Nello stesso periodo, i prestiti erogati alla clientela dalle banche sono ammontati a circa 22 miliardi. Sembrerebbe che gli istituti di credito si siano esposti nei finanziamenti per importi superiori alla somma raccolta. Realmente è così, e comunque con l’irrisoria percentuale del 2% di depositi da destinare a riserva, le banche avrebbero potuto concedere prestiti fino a cinque volte l’importo raggiunto con le operazioni di raccolta fondi. L’effetto leva è reso possibile dall’utilizzo dei regolamenti cartacei ed elettronici al posto del contante. Nel caso specifico, se i creditori versano gli assegni ricevuti in pagamento o lasciano sul conto l’importo del bonifico, l’intero sistema bancario vedrà moltiplicarsi i depositi fino a: 20×1/0,2=100 miliardi

Supponendo che le banche avessero impiegato il massimo consentito della raccolta da clientela nel 2015, al sistema bancario sotto forma di liquidità ne sarebbero rientrati, per essere ancora utilizzati come prestiti, circa 19,5 miliardi di euro. Avendone concessi però solamente due, 17,5 miliardi di euro in liquidità sono rimasti infruttiferi o utilizzati per sottoscrivere titoli di stato a breve scadenza con rendimenti approssimativamente vicini al punto percentuale. La liquidità in eccesso per le banche equivale ad avere, nelle imprese di produzione, il magazzino pieno di merce invenduta o cedibile a prezzi che non consentono profitti.

Finanziare le imprese che producono reddito non provoca sofferenze. L’ho già sostenuto di recente e lo confermo, ma se in tempo di crisi le aziende di produzione hanno grandi difficoltà nelle vendite, come possono generare profitti conseguendo modesti ricavi? Non è difficile pensare che più di qualche banca nel concedere i finanziamenti alle imprese sia stata poco intransigente nelle valutazioni dei requisiti di redditività e solvibilità, ma è pur vero che tanta liquidità in eccesso andava impiegata. E d’altronde l’obiettivo delle autorità monetarie, a tenere basso il costo del denaro e limitare gli importi delle riserve, è stato, e lo è ancora, quello di voler offrire sostegno finanziario alla produzione. In sostanza le banche, attraverso manovre di politica monetaria, sono state invogliate a finanziare le imprese per favorire la ripresa economica.

Le manovre messe in atto dagli ultimi governi per rilanciare l’economia, vista però la modesta crescita, non hanno portato grandi benefici al settore industriale e nel contempo hanno provocato delle crepe nel sistema bancario.

E infatti quando è scoppiata la crisi, le banche italiane, avendo in portafoglio una minima quantità di titoli tossici, non avvertivano preoccupanti problemi di redditività e di crediti deteriorati. Solo successivamente, a causa della contrazione dei consumi e del conseguente rallentamento della produzione industriale, gli istituti di credito hanno cominciato a denunciare un aumento delle sofferenze.  Si è verificato che le imprese più deboli sono state costrette a chiudere la propria attività; le aziende sopravvissute hanno reagito adeguandosi alla diminuzione della domanda e hanno ridotto, quindi, la produzione, i ricavi e il personale. La mancata restituzione dei prestiti alle banche si ricollega anche alla crescita economica frenata dagli interventi dei governi che, tramite i dolorosi tagli, hanno sottratto ricchezza alle famiglie, impoverendole e provocando un consistente calo dei consumi. Il credito alla produzione ha fatto registrare una percentuale insostenibile di insolvenze a causa dei mancati profitti dovuti proprio alla significativa contrazione delle vendite. La disoccupazione e la conseguente diminuzione della capacità di spesa delle famiglie, hanno invece causato l’aggravio delle sofferenze generate dai prestiti non rimborsati concessi al credito al consumo.

L’indebolimento subito a causa del sostegno alla crescita economica, ha reso le banche più vulnerabili agli insistenti attacchi delle imprese fintech e l’inappagante redditività del settore non agevola l’organizzazione della difesa. Nemmeno la soverchia numerosità degli addetti bancari risulta essere un vantaggio, anzi è tutt’altro. Se poi gli stessi poteri che hanno indotto l’indebolimento delle banche ora ne denunciano la fragilità del sistema, gli esuberi di personale e la scarsa redditività, allora gli istituti di credito dovranno fondersi, coalizzarsi, certamente adeguarsi alle nuove tecnologie, rinnovarsi profondamente nei servizi da offrire alla clientela  e, con la speranza di ricevere qualche ventilato aiuto di stato nello smaltimento degli Npl, soprattutto abbattere i costi per guadagnare competitività reddituale.