Coronavirus, è guerra sul prezzo delle mascherine. Confcommercio: “50 cent a pezzo è poco”

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Foto Pixabay

Continua l’aspra diatriba tra la Confcommercio e le Istituzioni che, con le ultime disposizioni in materia di controllo e contrasto al contagio, hanno imposto un tetto massimo al costo da esporre al pubblico delle mascherine e di altri dispositivi di protezione personale. A far presente per prima le sue dure rimostranze ci ha pensato direttamente la vicepresidente di Confcommercio, Donatella Prampolini che ha lanciato violenti strali alla volta del Governo e del premier Conte.

La Prampolini è intervenuta sulla questione dichiarando: “Con le attuali dinamiche di mercato il prezzo massimo di 50 centesimi è una cifra che non sta né in cielo né in terra“. Il riferimento è al tetto imposto dal Governo di cinquanta centesimi a pezzo come massimo alle mascherine da utilizzare ormai obbligatoriamente per contrastare la diffusione del Covid-19. Secondo la rappresentante di Confcommercio infatti il prezzo non consentirebbe alcun margine di guadagno a chi si impegna a importare la merce che, sempre secondo la vicepresidente, sarebbe di almeno 5 o 10 centesimi superiore a quanto stabilito.

L’effetto immediato sarà che smetteremo di importarle” – ammonisce la Prampolini che poi spiega – ” Intanto molte aziende hanno bloccato vendite e ordini. Il problema è che per l’ennesima volta il Governo non si è confrontato. La cifra attuale, se si è molto molto bravi, che si riesce a strappare è di 55 o 60 centesimi ma di solito è maggiore“.

A fare eco alla rappresentante dell’unione degli industriali ci ha pensato il Governatore del Veneto, Luca Zaia che chiosa: “Se tu dici che 50 centesimi è il prezzo fisso di una mascherina, tutta la produzione nazionale sparisce. 50 centesimi è il prezzo alla produzione delle mascherine in Italia. Noi per equilibrare il mercato abbiamo comprato mascherine chirurgiche fatte in Veneto, e il prezzo era a un euro. Bisogna dare aiuto alle imprese nazionali per stare sul mercato”.

Quindi un prezzo che dovrebbe essere rivisto e rincarato di almeno il 20%. Ma c’è di più perché forse nemmeno le nuove cifre potrebbero essere abbastanza per garantirne l’approvvigionamento. “Sessanta centesimi potrebbe essere un prezzo equo, oppure ci trovino un canale pubblico attraverso il quale fare grandi commesse garantite ad un certo prezzo e ce le mettano a disposizione“. La parola ora passa a Conte.