Coronavirus, scuole aperte in estate: ecco la lettera di un docente indirizzata a Mario Draghi

Un docente ha scritto una dura lettera a Mario Draghi pubblicata su NapoliToday

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Banchi di scuola
Banchi di scuola

In questi giorni stanno circolando delle dichiarazioni del nuovo premier Mario Draghi circa il prolungamento dell’anno scolastico fino a giugno o eventualmente luglio. La proposta non è totalmente da escludere poiché i ragazzi potrebbero recuperare le ore perse in questi due mesi “bonus”. Tuttavia, alcuni docenti non hanno preso bene queste dichiarazioni del premier ritenendo inconcepibile andare a scuola fino a luglio. Un docente napoletano ha scritto una durissima lettera aperta a Mario Draghi che è stata pubblicata su NapoliToday.

LA LETTERA DEL DOCENTE“Presidente Draghi, si fidi di me. Anche se lei ha fatto il liceo dai gesuiti e io dai salesiani. Crediamo nelle stesse cose. Ma probabilmente le vediamo da una prospettiva diversa. Molto diversa. Chissà: non ci dividono solo Ignazio e Don Bosco: a lei il suo PhD in Economia regala uno sguardo sincronico sulle cose; il mio PhD in Storia Antica me lo concede diacronico. Servono entrambe le prospettive, sia chiaro. Ma la seconda apre più larghi orizzonti di comprensione del reale”, così inizia la lettera aperta di Biagio Buonomo, professore nei Licei di storia e di lettere classiche e moderne.

“Ma veniamo al presente: sono un professore di un liceo napoletano e, un paio di settimane fa, previdi a cosa avrebbe portato la riapertura delle scuole nella mia regione. E cioè a un grave aumento dei contagi, a motivo di regole tanto draconiane quanto impraticabili: il famigerato metro unico di distanziamento – come se in aula ci muovessimo, noi e i ragazzi, al modo del Quartetto Cetra che impeccabilmente interpreta la coreografia del Visconte di Castelfombrone -; la mascherina, indossata per cinque o sei ore di fila e a fine giornata ridotta– ben lo sa ogni medico con un minimo di competenza – a uno straccio lercio e soffocante. E, infine, le patetiche finestre da tenere aperte nei giorni della merla.

Davvero: si fidi me. Previdi anche, grazie alla grottesca “didattica mista”, la fine di ogni possibilità tener lezione decentemente a una classe INTERA: ora le nostre parole arrivano alla metà dei ragazzi, quelli in aula, mentre gli altri – appollaiati alle finestrelle di un PC non retto dalle nostre stabili connessioni casalinghe ma da quelle cabriolet delle scuole – restano fatalmente esclusi dal discorso nella sua completezza; basti dire che i ragazzi perdono tutti gli interventi dei loro compagni: bel traguardo di “socializzazione” davvero.

Non basta: scrissi pure del fallimento delle molto strombazzate misure di “implementazione” – vocabolo tanto alla moda quanto vuoto – dei trasporti pubblici; antividi l’assenza di ogni presidio di “Protezione Civile” – persino questa fola ci era stata data per certa – nei pressi delle scuole per evitare gli assembramenti in entrata e uscita. Che – anche questo dissi allora e ripeto adesso– si realizzano in primo luogo nei trenta metri quadrati di un’aula. CHE È UN ASSEMBRAMENTO IN SERVIZIO PERMANENTE EFFETTIVO. Che noi professori affrontiamo SENZA VACCINO. E senza quella possibilità di scelta tra casa e scuola che – giustamente – è stata concessa ai nostri studenti.

Badi bene: non sono né profeta né menagramo. Sono solo un tale che, in più di trent’anni, ha imparato a conoscere la scuola dall’interno; che ha imparato a misurarsi con una classe politica, locale e nazionale che, quando mette le mani sull’istruzione, fa solo danni; che la pratica dell’insegnamento ha soprattutto abituato a distinguere, quasi infallibilmente, la realtà dalla sua rappresentazione, propagandistica o solo sciocca. E dunque: attraverso a fatica la nuvola di incenso – il più venefico dei gas – che per adesso la avvolge e che ancora l’avvolgerà per qualche tempo prima che – italico more – le verrà attribuita anche la responsabilità del riscaldamento globale, e mi rivolgo a lei come a un uomo e non come a una specie di intangibile divinità olimpica.

Ebbene: LEI HA SBAGLIATO, PRESIDENTE. Se davvero ha affermato che noi professori dobbiamo far lezione fino al 30 giugno per guadagnare il “TEMPO PERDUTO”.
Ci ha offeso, Draghi. Ha offeso tutti i professori italiani. Forse senza rendersene conto. Spero in buona fede. Ma il fatto resta. Il “tempo perduto”, presidente? Lei probabilmente sa – è stato un docente universitario; a proposito: i suoi ex colleghi continuano allegramente in DAD sine die – quanto sia faticoso e impegnativo far lezione online. E, in ogni caso, per certo ha coscienza di quanto sia stremante, per il tramite di un PC, interloquire con questo o quel capo di governo o con il tale presidente di banche o di organismi internazionali. E’ necessario un possesso perfetto degli argomenti, una scelta attenta del lessico, dei ritmi. Se un incontro dal vivo si può risolvere con un sorriso o un aforisma, quando si è a distanza NON SI PUÒ IMPROVVISARE NÉ SBAGLIARE. Bisogna argomentare. Faticosamente, incessantemente.

Ecco: questo è quel che noi professori abbiam fatto in questi mesi. Imparando sul campo un metodo a molti ignoto e usando, peraltro, SOLO DEI NOSTRI MEZZI. Per questi motivi, presidente Draghi, NOI NON ABBIAM PERSO UN’ORA CHE E’ UNA D’INSEGNAMENTO. E DUNQUE NON ABBIAMO TEMPO DA RECUPERARE. O da ricomprare, per usare una splendida locuzione paolina che, fortunatamente, pertiene vicende altre, più alte e che immagino non la lascino indifferente. Vuole mandarci a scuola fino al 30 giugno? Lo faccia pure. A scuola stiamo e lavoriamo fino a metà luglio, anche se molti italioti da dibattito al bar non lo sanno.
MA LEZIONE FINO AL 30 GIUGNO NO. Per nulla. Perché – senza interruzioni per scioperi dei trasporti, allerte meteo e godendo di un numero infintamente minore di assenze dei nostri allievi – abbiamo fatto lezione non come sempre MA PIÙ DI SEMPRE.

Un duplice guadagno, dunque. Qualitativo – in DAD come ho detto non si improvvisa – e quantitativo. Ma attento, Draghi: PER QUEL CHE VALE LA QUANTITÀ. Io e lei iniziavamo la scuola il primo di ottobre e mettevamo via i libri il 31 di maggio. Eppure abbiam percorso la nostra buona strada. Infine: noi professori siamo tra le poche categorie del pubblico impiego che lavorano davvero. Perché una pratica può aspettare, una email si può scrivere domani. A un telefono si può anche non rispondere e amen. Noi professori invece si ha per testimoni – online o dal vivo – i nostri studenti. Che sono giudici giusti. E spesso spietati.

In ogni caso, presidente, auguri per l’impegno che sta mettendo nel dare un governo al nostro povero paese. E mi raccomando: non perda tempo. Mi raccomando“.