Coronavirus, terribile esperienza per il contagiato a Napoli: “Non si può essere disorganizzati in questo modo”

L'odissea vissuta dall'avvocato partenopeo raccontata a Il Mattino.

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L’Italia è piombata in una vera psicosi collettiva a causa del coronavirus, un virus proveniente dalla Cina di cui si hanno poche informazioni. I sintomi, inizialmente, sono quelli influenzali: febbre, raffreddore, tosse, affaticamento respiratorio, insufficienza renale. Tuttavia, può essere fatale per i soggetti “deboli” come anziani o persone con patologie. Ad oggi i contagiati sono centinaia e i morti una decina (rientranti nella fascia citata sopra) ma in molti sono guariti del tutto o sono in via di guarigione. Nel frattempo, nella zona rossa è caccia alle mascherine e prodotti disinfettanti come Amuchina, ormai merce rara e preziosa.

IL VIRUS STA ARRIVANDO ANCHE AL SUD ITALIA – Il sud Italia ha registrato pochissimi casi di contagio, pertanto la situazione è ancora sotto controllo. Tuttavia, la disorganizzazione di ospedali e centralini si inizia a far sentire e questo fa infuriare i numerosi cittadini. Il Mattino ha intervistato il primo contagiato a Napoli, un avvocato di cinquanta anni residente tra la città partenopea e Milano, zona gialla; quest’ultimo ha vissuto una vera e propria odiessa per sottoporsi al tampone.

PARLA IL CONTAGIATO“Ho uno studio a Napoli e uno a Milano. Venerdì sono andato e venuto da Milano in aereo dopo una giornata di lavoro nel capoluogo lombardo. Martedì ho visto a casa la partita Napoli-Barcellona, poi ho avvertito i sintomi del raffreddore: un po’ di febbre (massimo 38 e mezzo), occhi lucidi, indolenzimento alle gambe. Ho ripensato a Milano, ai voli in aereo, ai viaggi in metro, agli incontri nei pressi del Duomo”, inizia così il racconto dell’avvocato trattato dai medici della sua regione con sufficienza.

“Ho chiamato tutti i numeri verde messi a disposizione in questi giorni, ma nessuno mi ha mai risposto. Nessuno. Puoi stare ore al telefono, non ti risponde nessuno. Intanto, il medico curante mi ha consigliato una tachipirina, che mi ha fatto abbassare la febbre. Chiamo il 118, spiego le mie condizioni e le mie paure, quando sento un ausiliare che si rivolge a un medico e gli dice dottore questo è un avvocato…, ma alla fine si limitano a consigliarmi una tachipirina. Tra le 11 e le 12 mi decido ad andare al Cotugno. Qui due vigilantes mi danno una mascherina a mani nude, resto all’interno di un pronto soccorso con decine di persone. Potenzialmente avrei potuto infettare qualcuno o viceversa. E non volevano farmi il tampone. Mi fanno il triage alle 13.15, ho spiegato che venivo da Milano, ma mi hanno risposto che era una zona gialla e non rossa. Un medico mi ha anche risposto in modo sgradevole. Mi ha detto: ‘Guardi che lei è il decimo avvocato napoletano che viene da Milano, non possiamo fare il tampone a tutti gli avvocati che hanno clienti in Lombardia’. Non mi sono arreso, non me ne sono andato, non sarebbe stato giusto per le decine di persone con cui lavoro in studio e in Tribunale” ha continuato l’uomo infastidito.

I suoi sintomi non erano del tutto allarmanti ma l’avvocato ha spiegato più volte di provenire da Milano e di essere a contatto con diverse persone ogni giorno. “Alla fine mi hanno fatto un test per una influenza normale, un tampone che hanno appoggiato addirittura su un davanzale polveroso. Mi chiedo, al netto della scarsità di risorse, è così che si tratta un referto medico? Ma non è finita. Ho ancora registrato resistenza da parte dei medici a sottopormi al tampone per il corona virus, fino a quando, forse per evitare grane, hanno dato inizio al test”.

In cosa consiste il test?
“Un tampone nel naso, esperienza tutt’altro che gradevole, con una diagnosi interlocutoria. Mercoledì, poco dopo le due del pomeriggio, lascio il Cotugno sempre con la mia auto, con un doppio referto. Negativo all’influenza normale, mentre non c’era una risposta certa sul Coronavirus, anche se poi mi chiedevano di stare in quarantena. Solo leggendo i giornali giovedì mattina, ho capito che l’avvocato positivo al Cotugno ero io. Lo capisce? L’ho appreso dai giornali, poi mi è arrivata una telefonata dell’Asl con un questionario tardivo su chi avessi incontrato. Intanto, se avessi ascoltato i loro consigli, ora avrei infettato decine di persone. È così che si lavora in una condizione di emergenza?” chiede al giornalista l’avvocato. “Da cittadino serio mi sono sottoposto al test, quanti non lo fanno? Intanto, ricevo tante telefonate da amici, clienti e parenti, per curiosità o per paura. Brutto clima, quello della caccia all’untore” conclude il racconto l’uomo.