“Cowspiracy”, il documentario che ci spiega come il consumo di carne sta uccidendo il pianeta e perché nessuno ne parla.

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Il consumo di carne sta uccidendo il pianeta. Lo mostrano senza mezzi termini Kip Andersen e Keegan Kuhn, autori di “Cowspiracy, the sustainability secret”, documentario che dal 2014 fa il giro del mondo per mostrare l’impatto che le scelte alimentari di massa hanno sull’ecosistema.

I gas serra prodotti dall’attività umana, responsabili del global warming, sono composti per il 18% dal metano sprigionato dal processo digestivo delle mucche, contro una percentuale del 13% delle emissioni di tutti i mezzi di trasporto messi insieme, che erroneamente fino ad oggi sono comunemente considerati i principali contributori.

Il 20 Novembre del 2006 le Nazioni Unite pubblicano il primo rapporto sul tema :“Rearing cattle produces more greenhouse than driving cars”, in cui si legge che l’allevamento gioca un ruolo considerevole nel riscaldamento globale. Compare, inoltre, tra le prime voci nei dati di consumo delle risorse agricole ed è la principale causa del degrado ambientale e della deforestazione,

Il rapporto FAO del 2006 “Livestock’s long shadow” indaga dettagliatamente il ruolo dell’allevamento intensivo nel cambiamento climatico, e il suo impatto sulle risorse idriche e sulla biodiversità. “L’ allevamento intensivo ha raggiunto un’espansione così importante da avere una forte influenza sui problemi d’inquinamento. Il totale delle aree occupate dagli animali allevati è uguale al 26% della superficie terrestre libera dai ghiacciai. In aggiunta, il 33% della terra coltivabile è dedicata alla produzione di cibo per essi. In tutto l’allevamento di bestiame occupa il 70% delle terre fertili, e il 30% di tutte le terre emerse”. Non potrebbe essere altrimenti, visti i numeri dei capi di bestiame: 19,7 miliardi di avicoli; 2,1 miliardi di ovocaprini; 1, 6 miliardi di bovini e 977 milioni di suini. Ogni anno vengono uccisi per il consumo umano 56 miliardi di animali, esclusi i pesci. “L’espansione degli allevamenti, inoltre, è un fattore chiave nella deforestazione, soprattutto in Sud America, dove il 70% dei tagli alla foresta Amazzonica avvengono a causa del bisogno di terre da pascolo e da foraggio”.

L’8% dell’acqua dolce è usata per il bestiame. Per produrre 1 hamburger di 110gr servono 2500 litri di acqua, l’equivalente di 2 mesi di doccia. Il consumo di acqua per uso domestico ammonta al 5% del totale, mentre il 55% è consumato dall’allevamento.

Il 50% di antibiotici somministrati è destinato agli animali e il 37% dell’uso di pesticidi è impiegato nei campi di soia per alimentare i bovini.

Nel 2009 il rapporto di due consiglieri della Banca Mondiale afferma che l’emissione di gas serra da parte degli allevamenti non contribuisce del 18% come affermato dall’Onu, ma del 51% se si aggiungono gli affetti del disboscamento per i pascoli e il deterioramento dei terreni. Questo rende l’allevamento il principale responsabile del cambiamento climatico indotto dall’uomo. I dati del nuovo rapporto aggiornano la situazione: allevare animali utilizza 1/3 di tutta l’acqua potabile del pianeta, occupa fino al 45% della superficie terrestre; è responsabile fino al 91% della distruzione della foresta amazzonica e la principale causa di estinzione delle specie.

I gas serra emessi dall’allevamento di bestiame, composti soprattutto da metano, hanno un’influenza maggiore sulla biosfera rispetto alle emissioni di CO2 . Kirk R. Smith professore di “Global environmental health” alla University of California sostiene “se si riducono le emissioni di gas metano, il loro livello nell’atmosfera diminuisce velocemente, entro qualche decennio, al contrario dell’anidride carbonica”.

Cowspiracy pone anche un quesito importante: se l’emissione di gas serra da parte degli allevamenti intensivi è così imponente, perché nessuno ne parla? Le istituzioni e le organizzazioni ambientaliste ci consigliano di chiudere il rubinetto mentre ci spazzoliamo i denti, ma il consumo casalingo di acqua è centinaia di volte minore rispetto al consumo agricolo per irrigare i campi che forniscono foraggio agli “animali da piatto”.

Nonostante gli studi siano chiari sulla corrispondenza tra l’allevamento intensivo e il global warming il discorso sembra stagnarsi attorno ai combustibili fossili. Insomma: le Nazioni Unite dichiarano apertamente che gli animali da cibo giocano un ruolo considerevole nel riscaldamento globale, che rappresentano la principale causa di degrado ambientale e il consumo di risorse, ma, anche se tutto ciò è supportato da dettagliati studi, le organizzazioni ambientaliste non ne fanno parola. Michael Pollan, autore di “The omnivore’s dilemma” prova a spiegare: “è una battaglia persa a livello politico perché le organizzazioni ambientaliste sono aziende che vogliono massimizzare il numero di persone che contribuisce al loro progetto e se sono identificate come “anti-carne” e sfidano le abitudini quotidiane, avranno problemi con la raccolta fondi”. Il Dr. Will Tuttle autore di “Environmental and Ethics” sostiene che le organizzazioni ambientaliste sono imprese che vogliono garantirsi una fonte affidabile di finanziamento. “Solitamente non ti chiedono di fare molto: cambiare le lampadine, spegnere le luci nelle stanze vuote, utilizzare  più spesso i mezzi pubblici”. Sotto accusa le potenti lobby della carne e del latte che investono ingenti somme per manipolare l’opinione pubblica sull’argomento.

Alleviamo animali in serie. Se smettessimo di mangiare carne non avremmo bisogno di nutrirli e di tagliare le foreste per far posto ai pascoli. Non dovremmo cedere le falde acquifere alle deiezioni e potremmo usare le distese di cereale per il consumo diretto. Eliminare la carne dall’alimentazione umana sarebbe la soluzione più veloce ed efficace per evitare l’innalzamento ulteriore delle temperature.

Circa diecimila anni fa gli animali selvatici rappresentavano il 99% della biomassa e gli umani ammontavano all’1%. Oggi gli umani e i loro animali allevati sono il 98% della biomassa e gli animali liberi sono solo il 2%: abbiamo rubato il pianeta per placare il nostro appetito.

“Si tratta di agire con delicatezza e gentilezza sul pianeta e sugli altri esseri viventi. Reintrodurre i valori di connessione e di gentilezza. Aprire e superare il paradigma della sostenibilità affinché il pianeta torni a prosperare, e gli umani siano parte di esso, lo curino e siano allineati ai suoi ritmi. È possibile, ma bisogna scegliere di farlo”.

 

 

 

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=gwL8fuY2VII