Denti di leone (o come le parole viaggiano nel tempo) di Riccardo Giosi

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Qualche volta, le parole vagano senza meta, non hanno un scopo o un luogo da raggiungere, eppure quando poi i nostri occhi le accolgono, c’è un diretto flusso che vaga dalla vista al cuore. Che è un po’ come cibarsi di un nutrimento vitale, che scende dritto verso la meta a lui destinata.

“Le parole non hanno più utilità” ma nella raccolta di poesie di Riccardo Giosi assumono un suono e una forma che ci fa sentire ora vivi, ora in procinto di cadere in basso. E’ questo il potere di chi scrive, poter rendere le parole un’arma o una possibilità, a seconda di come le si usa. Per Riccardo sono piccoli ramoscelli di un fiore, che un attimo prima sono ancorati alla propria casa e un attimo dopo volano via alla ricerca di qualcosa, di qualcuno, fiduciosi di trovare il proprio destino.

Così come le sue parole riescono a trovare “casa” dentro chi le sta leggendo e a diventare il pianto inconsolabile di qualcuno, la risata sciatta di chi legge e sa capire che in qualche modo le parole sono utili. Anzi, qualche volta contano più dell’ossigeno e della pappa reale usata contro i malanni.

Le parole di Riccardo sono la cura di un male, il collante fra l’anima e il corpo che ci ospita. Non sono solo ciò che leggiamo, non quello che il nostro sguardo riesce a catturare in quei frammenti bianchi e neri su carta. In qualche modo è come se fossero il grido interiore di ciò che sentiamo, ma non riusciamo a dire. E’ come se Riccardo fosse il pittore che dipinge la nostra trama interiore. Allo stesso modo riesce a catturare gli istanti e imprimerli su carta, creando un connubio di sensazioni, che alcuni chiamerebbero semplicemente, emozioni.