Don’t Worry: il racconto del vignettista satirico John Callahan

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Dipendenza e Autoconsapevolezza, sono queste le parole chiave nate dal lavoro del regista Gus Van Sant, che decide di mettere in scena il racconto del vignettista John Callahan.

L’egregia interpretazione di Joaquin Phonix si avvale di una probabile candidatura agli Oscar 2019. Sullo schermo regala allo spettatore la consapevolezza della rinascita, attraverso un viaggio interiore che alcuni rivolgono a Dio, ma che John invece, trasforma in una propria religione: la satira.

Ricostruirsi a seguito di un brutto incidente, toccare il fondo per poi risalire. C’è profonda disperazione nella vita di John, una disperazione palpabile attraverso lo schermo, che consuma chi resta fermo a guardare e anche chi tenta irrefrenabilmente di reagire.

Ma c’è anche e soprattutto una profonda consapevolezza. La paura del soccombere rende John un automa, un uomo in cerca della propria redenzione attraverso l’alcol, che è causa di ogni sua sventura presente e passata.

C’è un momento fondamentale nel film in cui John capisce di dover scavare ancora più a fondo per ritrovarsi e per riuscire finalmente ad ammettere cosa o chi lo ha portato in quella situazione. In quel momento ci si rende conto delle conseguenze che alcuni processi umani hanno su un singolo individuo.

Il senso di inadeguatezza, le battaglie perse, la dipendenza e il fallimento, rendono l’immagine di John Callahan così umana e così sbagliata da percepirla come nostra.

“Cerco di non soffermarmi sulla paralisi. A meno che non voglio mangiare cinese e la persona che sta con me non vuole andarlo a comprare perché piove. Allora porto abilmente la conversazione sul fatto che sono tetraplegico. Ci sono dei lati positivi nell’essere su una sedia a rotelle. Puoi piantarti una forchetta nella gamba e non sentire niente. E se vuoi fare il vignettista, hai il vantaggio di essere già seduto”