Esclusiva- “C’è bisogno di una legge che tuteli l’agricoltura contadina, ecco perché”. L’appello di una rete di associazioni

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Volantino campagna che riconosca l'agricoltura contadina

Tutelare uno dei fiori all’occhiello e delle peculiarità. È l’obiettivo della Campagna per l’agricoltura contadina, troppo spesso dimenticata e lasciata ai margini del nostro Paese. Per questo, abbiamo posto delle domande* al gruppo comunicazione dei referenti della rete di circa 30 associazioni che si battono per l’approvazione di una legge ad hoc, fornendoci una serie di informazioni.

Come è nata l’iniziativa per la Campagna sul riconoscimento dell’agricoltura contadina?
La Campagna Contadina (Campagna per una legge che riconosca l’agricoltura contadina) nasce nel 2009 da una rete formata da una trentina di associazioni contadine (e non solo) presenti un po’ in tutte le regioni italiane a partire dai problemi che i piccoli produttori agricoli trovano oggi a lavorare e vendere i propri prodotti a causa delle severe normative e della burocrazia che di anno in anno si continuano ad aggiungere e richiedere tempo e costi che sono forse adeguati per le produzioni aziendali di dimensioni agroindustriali, ma che risultano inarrivabili per chi fa agricoltura a livello contadino. Il risultato è che, nonostante i piccoli produttori siano in grado spesso di offrire cibo di qualità migliore, contribuiscano con la loro presenza attiva a salvaguardare i paesaggi, il territorio, gli equilibri idrogeologici, la biodiversità e creino occupazione, sempre più spesso sono costretti a chiudere o si ritrovano al limite dell’illegalità ed a rischio di subire multe o non poter accedere ai mercati, anche locali. L’obiettivo per cui si è formata la Campagna è quello di avviare un dialogo sia con i parlamentari che con l’opinione pubblica per arrivare ad ottenere una legge quadro nazionale che riconosca quella contadina come una tipologia specifica e distinta di agricoltura e sancisca regole ad hoc adeguate ad essa.

Volantino della campagna che riconosce l'agricoltura contadinaQuali sono gli step dal 2009 e quali passi bisogna ancora fare?
Nel 2009 la petizione cac è partita da quelle che nel sito sono indicate come fondatrici consorzio quarantina, civiltacontadina, CIR,Rete bioregionale, antica terra gentile,
e in seguito han aderito altriper la proposta di un articolato di legge molto semplificato che guardava soprattutto alle aziende contadine molto piccole e dedite all’autoproduzione e la vendita diretta delle eccedenze. In seguito, il confronto con altre realtà ha portato ad una elaborazione della proposta e nel 2013 abbiamo presentato alla sala stampa della Camera dei Deputati un documento di “Linee guida” in cui facevamo una analisi del mondo agricolo italiano dalla quale si evidenzia come intorno all’80% del numero totale le aziende italiane sono piccole (sotto i 10 ettari) ed a gestione familiare, quindi perlomeno vicine a quello che si può definire un modello contadino – anche se, purtroppo, tutte insieme detengono meno di un quarto della superficie coltivata totale, mentre un terzo di essa è in mano all’1% delle aziende (quelle più grandi). In questo documento cercavamo di mettere in luce l’importanza e le potenzialità del riconoscimento di quella contadina come di una parte significativa dell’agricoltura italiana, sia quantitativamente che qualitativamente. Da allora si è avviato un confronto con alcuni deputati più sensibili che ha portato, nel 2016 alla presentazione di 4 proposte di legge in materia da parte di altrettanti diversi gruppi parlamentari (SEL, PD, M5S, SVP). Tali disegni di legge sono stati discussi nella Commissione Agricoltura, anche con alcune audizioni, a cui anche noi come Campagna Contadina abbiamo partecipato, insieme ad AIAB e Slow Food, e si sarebbe dovuti giungere ad un testo unificato, ma la Legislatura è terminata prima, riportando a zero sia il lavoro della Commissione che le proposte presentate. Ora speriamo di trovare nel nuovo Parlamento attenzione e sensibilità ai nostri temi e ripartire con nuovi disegni di legge.

Quali sarebbero i vantaggi concreti per il consumatore finale con l’approvazione della legge?
La “legalizzazione” dell’agricoltura contadina che norme pensate appositamente per i produttori contadini (e non, come avviene oggi, solo a misura del modello agroindustriale) introdurrebbe nel mondo agricolo italiano, renderebbe più possibile, più praticabile per molti che oggi non se la sentono, l’avvio di aziende agricole su piccola scala e con modesto apporto di capitale; ciò aumenterebbe l’offerta di questo tipo di aziende che solitamente fanno cibi di qualità molto migliore (oltre che – stando alla nostra proposta – secondo metodi biologici); questo aumenterebbe dunque la disponibilità di questo tipo di cibi e di conseguenza ne abbasserebbe il prezzo medio. Inoltre bisogna pensare che l’agricoltura è interazione continua con l’ambiente ed elemento che modella il paesaggio ed è in grado di preservare (o di degradare) i complessi equilibri idrogeologici. La presenza capillare, diffusa sui territori, di coloro che praticano una forma di agricoltura che è strettamente legata ad essi e dipendente dal loro sano equilibrio sarebbe garanzia per tutti di vivere in un ambiente complessivamente più sano. Non ultimo, va ricordato che i consumatori sono anche lavoratori, e possono essere anche persone in cerca di lavoro e le produzioni contadine rappresentano una forma di agricoltura a maggiore intensità di manodopera per ettaro, certamente più del modello agroindustriale che valorizza invece la meccanizzazione e l’apporto di capitale finanziario, e, se guardiamo la redditività per ettaro, i dati ci dicono che è maggiore nella piccola azienda contadina che in quelle più estese ed industrializzate, che però, ovviamente, ne hanno molti di più e quindi hanno un giro d’affari complessivo estremamente superiore.

Che rapporti avete con il Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio?
Il nuovo governo si è insediato di fatto poco prima dell’estate e non abbiamo ancora avuto contatti col Ministro. Noi abbiamo da sempre cercato trasversalmente un confronto con tutte le diverse forze politiche – con quelle che hanno risposto alle nostre richieste di incontro, almeno. Con la Lega (partito a cui appartiene l’attuale Ministro), nello specifico, finora non abbiamo avuto molti contatti, però, ciò che possiamo dire è che finora, sebbene avessimo inviato richiesta di incontro a tutti i Ministri dell’Agricoltura che si sono succeduti dal 2009 ad oggi, l’unico che accettò di riceverci è stato il Ministro Zaia, anche lui della Lega. In verità non ne seguì poi molto – forse perché poi finì la Legislatura – , ma speriamo almeno che ciò sia di buon auspicio.

Qualora dovesse essere approvata la legge, quali saranno i successivi passi?
Purtroppo il problema forse più grosso sta proprio qui: è successo già più volte, per altre leggi, sia in materie analoghe sia non, che sono state approvate nuove normative, salutate sui media come positive innovazioni e passi avanti a lungo attesi; hanno dato il loro ritorno d’immagine a chi le ha approvate, ma poi, essendo invise o scomode a gruppi più o meno influenti, sia a livello nazionale che locale, queste leggi non abbiano trovato i decreti ed i regolamenti attuativi indispensabili a renderle operative. Ciò è avvenuto – solo per fare qualche esempio restando al tema di cui parliamo – con la legge 440/78 sul recupero dei terreni agricoli abbandonati che, grazie ad essa, avrebbero potuto essere affidati a chi voleva coltivarli, ma che non è mai partita proprio per questo motivo; oppure, a livello regionale, ad una legge della regione Umbria (3/2014) riguardante sia i terreni incolti che l’agricoltura contadina, che è stata approvata per poi restare solo sulla carta, appunto, perché chi avrebbe dovuto (la stessa Regione che l’aveva formalmente approvata) non ha voluto poi dotarla dei passaggi successivi previsti che l’avrebbero resa applicabile (e la stessa cosa sta ora accadendo con una legge analoga della Regione Toscana approvata quest’anno, per la quale i regolamenti attuativi stentano, perlomeno, ad arrivare).
Quindi ottenere una legge è fondamentale, ma è il primo passo: poi bisogna continuare a vigilare e farsi sentire perché ci sia effettivamente la volontà politica di farla funzionare.

Oggi le persone stanno acquisendo sempre più la cultura del mangiare sano: a cosa può portare questa consapevolezza?
La speranza, da parte nostra, è che non si riduca tutto ad una moda passeggera, ma che si tratti davvero del radicarsi di una consapevolezza più profonda che possa diventare una cultura: la consapevolezza del fatto che, come dice il poeta contadino americano Wendell Berry, “mangiare è un atto agricolo”. La cultura del mangiare sano deve diventare una cultura che sa da dove parte il cibo, quali sono i fattori implicati e coinvolti nella sua produzione. L’alimentazione (e la salute) è legata strettamente all’agricoltura (anche se i ragazzi di oggi non sono educati a rendersene conto); ma l’agricoltura, a sua volta, è interazione con gli ecosistemi, e gli ecosistemi sono il mondo di cui siamo parte anche noi. È una questione molto ampia, che riguarda l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo, ma anche il paesaggio, la memoria di quelle forme di vita che l’hanno “scolpito” e che continuano nella storia. E sono questioni che coinvolgono problemi attuali e drammatici, anche sociali: basti pensare a quanto dipendono i prezzi stracciati di molti alimenti nella grande distribuzione dai salari da fame pagati ai migranti che lavorano come braccianti nelle piantagioni industriali; basti pensare a quanto è proprio una questione di democrazia, alla fin fine, il poter scegliere il modello di agricoltura che si vuole seguire in un paese o, al contrario, il dover dipendere per questo da accordi internazionali sul commercio, politiche di dumping, brevetti sulle sementi, multinazionali dell’ingegneria genetica, speculazioni finanziarie sui beni primari (commodities) e sulla proprietà fondiaria…..

Spesso, si pensa che il cibo sano sia sinonimo di costoso: è così?
Indubbiamente per produrre del cibo sano ci vuole più lavoro, più fatica ed anche più competenze, più esperienza, quanto meno; la produzione del cibo sano tiene conto di molti aspetti collaterali – delle ricadute collaterali delle tecniche usate – e quindi il suo valore, in realtà, va ben al di là di quanto possa essere messo nel prezzo al chilo del prodotto (così come anche i prodotti che vengono da un’agricoltura inquinante e che sfrutta il lavoro delle persone non portano nel loro basso prezzo il costo che qualcuno pagherà per le conseguenze nello spazio e nel tempo di quell’agricoltura, altrimenti dovrebbero costare molto ma molto di più). Quindi è comprensibile che se si vuole del cibo “sano, pulito e giusto”, come dice il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, lo si dovrà pagare un poco di più – del resto molti non si lamentano di spendere decisamente più del ragionevole per gadgets alla moda, dunque, perché non per ciò da cui dipende la nostra salute e quella del mondo in cui viviamo?
Detto questo, comunque, i prezzi sono anche l’incrocio tra domanda e offerta: finché le leggi saranno fatte solo a misura dell’agroindustria, che produce per la grande distribuzione, per chi produce con cura ed in piccolo la vita sarà difficile, la circolazione del suo prodotto sarà scarsa e problematica, pochi vorranno fare questo mestiere, di cibo di questo tipo ne girerà poco e la conseguenza sarà, inevitabilmente, che costerà di più.

 

*Si ringrazia in particolare Sergio Cabras