Esclusiva – Sossio Aruta:”Il calcio è molto più scarso di quando giocavo io. Oggi non si insegna la tattica”

0

Sossio Aruta è stato soprannominato il “Re Leone” non certo per caso. Attaccante di razza che ha militato tra serie B e serie C (oltre ad aver totalizzato una presenza nel primo turno preliminare della Champions League 2010-2011 con il Tre Fiori), ha partecipato anche al reality show “Campioni – il Sogno”. La nostra redazione l’ha intervistato e, come di consueto per l’attaccante nativo di Castellammare di Stabia, ha parlato senza peli sulla lingua. Ah, dimenticavamo: Sossio Aruta, all’età di 45 anni, gioca ancora arrivando sempre in doppia cifra…

Lei ha giocato in tanti campi. Qual è stata l’esperienza più emozionante della Sua carriera?
Come categoria sicuramente è stato l’anno della serie B perché è stata la massima categoria dove ho giocato. Diciamo che per un po’ ho toccato con mano il calcio vero. Il goal più brutto forse è stato il primo in serie B – un goal di poca roba – però è normale che quello lì è il più importante perché l’ho fatto nella categoria maggiore dove ho giocato. Però gli anni più belli li ho trascorsi altrove: Ascoli, Benevento, Savoia, Taranto, Frosinone…

Lei gioca ancora, anche se non a livello professionistico. Cosa La spinge ancora a giocare e quali sono le differenze fra la serie C ed il calcio non professionistico?
La passione mi spinge ancora a giocare, la voglia di fare ancora goal. Nonostante l’età riesco ancora ad arrivare in doppia cifra in ogni campionato e il fatto di stare bene fisicamente e il potersi ancora confrontare con questi nuovi pivelli che ci sono in giro perché il calcio è cambiato, è molto più scarso – ma tanto più scarso – di quando io giocavo a certi livelli. Di differenza rispetto agli anni miei purtroppo ce n’è tantissima. Parte tutto dalla base dove purtroppo il fatto di dover giocare per forza perché si è Under fa sì che questi giovani calciatori vengano bruciati prima ancora di iniziare. Purtroppo oggigiorno il calcio è per tutti: una volta era solo per quelli capaci e quindi succede che tante società fanno allenare persone che non sono in grado ma allenano solo perché li portano gli sponsor o perché hanno delle raccomandazioni e quindi automaticamente se tu fai allenare dei ragazzi da una persona che in primis non sa nulla di calcio e solo perché ha letto i libri o fa il medico o fa il carpentiere ma porta gli sponsor automaticamente ai giovani non viene insegnato nulla e quindi di conseguenza ti trovi la domenica – parlo personalmente – ad essere marcato in un certo modo dove io devo dire “guarda che se mi marchi così io faccio goal. Chi ti ha insegnato a marcare così?”.

Luiso, in un’intervista, disse che se lui giocasse ancora farebbe 30 goal perché il livello è sceso notevolmente rispetto ai tempi suoi. In che senso se ne è sceso?
Sì, perché adesso è tutto fisico. Soprattutto nelle categorie dove io sto giocando di tattica c’è zero. Io ho avuto allenatori che fanno solo correre: non insegnano nulla, l’ABC del calcio non viene più insegnato. Basta solo far correre i ragazzi…non si insegna proprio nulla. Io ho avuto la fortuna di aver avuto allenatori importanti che mi hanno insegnato tantissime cose: uno su tutti Maurizio Viscidi che è l’attuale responsabile della tattica in Nazionale, quindi ti lascio immaginare tatticamente come sono potuto crescere. Ma non solo lui: lui è stato proprio il maestro. E invece oggi ai giovani non viene insegnato tatticamente nulla. Io ho avuto allenatori – non posso fare i nomi – che io dicevo “ma la tattica dov’è?”. Cioè, palla lunga e pedalare, le solite cose…quindi automaticamente questi ragazzi come fanno a crescere e come fanno a migliorare. Quindi, poi, si va avanti, si va avanti e si può solo peggiorare. Poi con la regola degli Under questi ragazzi vengono buttati nella mischia solo perché hanno questa età e dopo questi due anni che hanno fatto di Under vengono buttati via e quindi allo sbaraglio.

Ha qualche rimpianto per la Sua carriera?
Mah, più che rimpianto diciamo incomprensioni perché il mio carattere forte che si costruito con il mangiare una m***a per tanto tempo è stato frainteso perché in campo ero uno che aveva tantissima personalità ed ero sempre temuto ovunque e quindi questo mio a volte esagerare mi ha portato ad essere definito tipo il Balotelli della situazione. Un matto, un pazzo. Invece io dovevo preparare due partite in una sola: mentre gli altri si concentravano per fare la partita io ne dovevo fare due perché venivo provocato in tutti i modi: a partire dai tifosi quando scendevo dal pullman fino in mezzo al campo. E quindi ci sta che poi su dieci partite, una partita sbrocchi e quindi fai il matto. E poi perché io al di fuori del calcio ho sempre vissuto una vita a modo mio: cioè io ero quel calciatore che diceva “io devo essere giudicato in campo, fuori faccio quello che c***o mi pare. La vita privata è la mia, la vita è una sola e quindi me la godo a modo mio”. A volte anche alcuni atteggiamenti extracalcistici sono stati riportati male e quindi sono stati motivo per definire il sottoscritto una testa calda, un matto, un anticonformista. Sono uno che ha avuto parecchi diverbi con gli allenatori perché non si è mai messo la lingua al proprio posto. Ho sempre parlato e affrontato a muso duro quando c’era da farlo anche agli allenatori per tante cose. Non a caso, i miei soprannomi non sono stati messi giusto per…perché ero uno che sapendo di essere bravo e quindi di dare in mezzo al campo quello che doveva si è permesso di affrontare certe situazioni. Quindi dico che se qualcuno mi avesse capito di più, avrei potuto fare più strada. Però sono comunque orgoglioso perché ovunque sono stato sono sempre stato acclamato e ancora oggi tutti mi acclamano, mi adorano perché ho sempre onorato la maglietta che indossavo. Questa è stata forse la soddisfazione più grande: ho dimostrato di essere un giocatore con le palle. Cosa che oggigiorno si usa più la lingua che le palle: una volta io ho giocato a Cosenza con la Primavera a 17 anni e quando io ero in Primavera io giocavo perché ero bravo. Oggigiorno, invece, le società di calcio fanno pagare i genitori per tenere i figli negli alberghi, nelle residenze, negli appartamenti. Si autofinanziano e quindi vuol dire che il calcio è finito: non esiste che io papà per far giocare a mio figlio devo pagare la società perché voglio che abbia vitto, alloggio, la scuola. Siamo fuori dal mondo proprio e quindi è tutta una conseguenza: un calcio totalmente diverso che sicuramente non porterà mai frutto. Ogni tanto uscirà un campione come Insigne ma non perché qualcuno l’ha fatto diventare campione ma perché ce l’ha nel DNA come Verratti, come Immobile ma i fenomeni faranno fatica a uscire fuori. Saranno sempre di meno perché la realtà purtroppo è questa qua.

Si può riportare l’intervista anche solo parzialmente a condizione di citare la fonte dailynews24.it o postando il link. Per restare sempre aggiornati sulle ultime novità, diventate fan della nostra pagina Facebook.