Femminicidi, sentenze e pene dimezzate. L’Associazione nazionale magistrati: “Frasi estrapolate, dibattito non consapevole”

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Proseguono le polemiche contro i recenti casi di sentenze in cui è stata ridotta la pena a uomini colpevoli di femminicidi.

Dopo la sentenza della Corte d’appello di Bologna che ha quasi dimezzato la pena del colpevole concedendo le attenuanti generiche, anche sulla base di una “tempesta emotiva” di cui sarebbe stato preda il reo al momento dell’omicidio, ha fatto discutere il caso di Genova in cui l’avvocato di parte civile ha fatto un riferimento al delitto d’onore e il gup ha concesso le attenuanti generiche riportando nelle motivazioni che l’uomo ha colpito la vittima perché mosso “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”.

Il segretario dell’Associazione nazionale magistrati, Alcide Maritati, interpellato dall’Adnkronos, ha dichiarato in proposito: “Le sentenze si possono sempre criticare ma se si estrapolano frasi, messe in circolazione sui media o sui social in maniera semplicistica, questo scatena un dibattito non consapevole, che non parte dalla lettura del provvedimento giudiziario ma, scandalisticamente, estrapola una frase dal contesto logico, giuridico o argomentativo che invece andrebbe conosciuto”.

In entrambe le sentenze oggetto di dibattito, la concessione delle attenuanti equivalenti all’aggravante ha permesso con il rito abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo della pena) di condannare gli imputati a 16 anni e le motivazioni hanno fatto riferimento agli stati emotivi.

A tal proposito la Cassazione aveva stabilito con la sentenza n° 7227/2013 che “gli stati emotivi o passionali, pur non escludendo né diminuendo l’imputabilità, possono comunque essere considerati dal giudice ai fini della concessione delle circostanze attenuanti generiche, in quanto essi influiscono sulla misura della responsabilità penale”. Un principio più volte ribadito dalla Cassazione con varie pronuncie.

Ogni magistrato ha il dovere di prestare la massima attenzione, anche linguistica, quando affronta procedimenti e motivazioni di questo tipo”, precisa Maritati. “Pronunciamo sentenze nel nome del popolo e dobbiamo spiegare le ragioni per cui si prendono le decisioni, ma le prerogative dell’autorità giudiziaria si devono rispettare e non banalizzare con commenti improvvisati”.

Il delitto d’onore non c’entra nulla” ha dichiarato Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane. “Ci troviamo di fronte alle normali dinamiche di un giudizio penale. Non tutti gli omicidi sono uguali e non tutte le condotte dolose hanno la stessa intensità. Non c’è bisogno di riaprire il discorso sul delitto d’onore che non è tirato in ballo da nessuna delle sentenze, né potrebbe esserlo perché non esiste”.