Fratel Carlo Mangione a ‘La Res Publica’: “L’uomo è di memoria corta, è più bello dare che ricevere”

0
Fratel Carlo Mangione a 'La Res Publica' L'uomo è di memoria corta, è più bello dare che ricevere

Martedì 23 marzo 2021 puntata speciale de ‘La Res Publica’. Ospite in collegamento Fratel Carlo Mangione, religioso camilliano e direttore generale dell’ospedale “Santa Maria della Pietà” a Casoria (NA), per ricordare l’imminenza della Giornata dei missionari martiri che cade ogni anno il 24 marzo.

Ecco come è andata la puntata:

  • Domani (24 marzo 2021) è la Giornata dei missionari martiri e tre mesi fa è stato ucciso fratel Leonardo Grasso:Io mi trovo proprio ad Acireale. Proprio nella comunità di questo nostro confratello che è stato ucciso. Questa celebrazione si celebra ogni anno perché 29 anni fa il 24 marzo fu ucciso il vescovo Monsignor Romero mentre celebrava la messa. Quest’anno anche Fratel Leonardo e Don Roberto di Como vengono ricordati tra i 20 martiri missionari. Questo nostro fratello per 25 anni anni ha vissuto la sua vita in questa casa famiglia insieme a persone che hanno difficoltà con le proprie famiglie. La Chiesa mette questo nostro fratello come persona che ha dato la vita nell’esercizio del suo ministero“.
  • Nei giorni scorsi c’è stata una iniziativa che l’Ospedale da lei Diretto ha realizzato in occasione della Festa del Papà. Può raccontarci nel dettaglio di cosa si è trattata e come è nata?In questo momento il nostro ospedale di Casoria è pieno di pazienti perché stiamo accogliendo pazienti che vengono da altri ospedali pubblici. I parenti non possono venire e i pazienti si sentono soli. Quando c’è una festa questa solitudine si acuisce sempre di più. Per questo, abbiamo pensato di fare un pensiero per i papà. Visto che è obbligatoria la mascherina, si è pensato in maniera molto semplice di scrivere con un pennarello indelebile ‘auguri papà’ con un cuore. Una iniziativa semplice ma che abbiamo visto che c’è stata tanta emozione e commozione. Alcuni hanno voluto si facesse la foto per i figli, alcuni si sono voluti conservare la mascherina come ricordo.
  • Per qualche tempo, l’ospedale è stato anche adibito a pazienti Covid. Come è riuscito a organizzare l’ospedale in virtù della pandemia? C’è stata una grande organizzazione. La Regione ci ha chiesto tutti i 90 posti Covid. C’è stata una organizzazione strutturale con percorsi chiari. C’è stata una preparazione straordinaria del nostro personale perché il Covid-19 coglie tutti impreparati. La preparazione è stata concreta e di incoraggiamento. Difatti sia io che le suore che il superiore della comunità ci siano infilati le tute per stare a fianco del nostro personale sanitari. Lì abbiamo visto fratelli e sorelle che arrivavano spaventati con scene di morte davanti agli occhi. In un mese e mezzo sono passati 250 malati di Covid“.
  • A oltre un anno di distanza dal primo lockdown, c’è ancora purtroppo chi sottovaluta il problema. Può raccontarci una immagine che Le rimarrà sempre impresso di questo anno, in modo che, magari, qualcuno possa convincersi che la situazione è molto seria? Ne voglio ricordare due. La più bella è che abbiamo preso l’abitudine di festeggiare il compleanno e i festeggiati si sono visti arrivare una torta con lo scambio di auguri e la classica canzone ‘Tanti auguri a te’. Noi lo filmavamo e lo trasmettevamo ai parenti. Una scena più dolorosa: c’era un signore che doveva essere intubato e non voleva farsi intubare perché voleva parlare con il figlio. Io mi trovavo sotto e vedevo che c’era il figlio che piangeva perché il padre non si voleva fare intubare. Abbiamo fatto una videochiamata e il figlio diceva “vai, vai papà, fatti intubare”. Era una scena molto forte” .
  • Pensa che questi mesi terribili che stiamo vivendo possano aver scosso qualche coscienza oppure non è cambiato nulla? L’uomo è di memoria corta. Noi abbiamo vissuto un grande lockdown a marzo dell’anno scorso, dove veramente c’era tanta paura, forse più paura di oggi. Poi c’è stata l’estate e sembrava quasi ci fossimo scordati di tutto. Ora siamo ripiombati forse in una situazione peggiore“.
  • Papa Francesco ha detto “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. È d’accordo con le parole del Pontefice? D’accordissimo. Non trarre frutto da tutto quello che stiamo vivendo significa sprecare questa esperienza che ha connotati di tragicità però nello stesso tempo ci deve far capire quanto è piccolo l’uomo. Un virus invisibile sta piegato il mondo e allora dovremo cominciare a essere costruttori di pace. Quindi persone che iniziano a vedere e volere il bene”.
  • La pandemia, purtroppo, ha colpito anche vari Suoi confratelli dell’Ordine. Come si reagisce di fronte a tutto questo? Io credo che questa situazione fa venire quelle energie e quella passione che uno ha o nella professione o nella vocazione. Colpisce che tante persone si siano buttate nella vicinanza e nell’assistenza.”
  • Come è nata questa Sua Vocazione? “Io ho 56 anni e sono entrato nell’Istituto a 18 anni. Sono entrato abbastanza giovane, vengo da una famiglia di commercianti. Lavorare in questo negozio mi dava un vuoto nel vedere tanti giovani che vedevano il bello nel mondo della firma. Volevo far capire solo che il bello non è queste cose. Ne parlai con il mio parroco e lui mi disse “Perché non ti fai prete?”. Piano piano è stato come un tarlo che è entrato nel cuore. Sono andato a fare una esperienza e c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.
  • Il COVID ha allontanato i fedeli dalla chiesa, quanto sarà difficile recuperarli? (domanda degli utenti) “Questa è un’amara realtà. Il 90% della gente che va in chiesa sono anziani. È naturale che il Covid allontana questa fascia. A mio parere non è solo il fatto che la gente si allontani dalla Chiesa. È che la gente si allontana dalla fede. L’anno scorso non si poteva andare a Messa a Pasqua ma c’era il desiderio. L’assenza dalla Chiesa e dagli atti di fede dovrebbe alimentare un desiderio maggiore. Mi auguro che questo tempo non sia un tempo in cui si pensa che si possa fare a meno della Messa.”
  • In questi anni si stanno perdendo diversi valori che hanno portato anche a una crisi della vocazione. Lo avverte anche Lei tutto ciò? “Diciamo che c’è una crisi di senso. Credo che se noi diamo un senso alla nostra vita, automaticamente daremo un senso alla nostra fede. L’uomo è anche quello che sente, spera, crede. Se coltiviamo tutte queste aree che si compongono recupereremo anche la nostra vocazione a essere credenti”.

È possibile vedere la puntata sulla nostra pagina Facebook, su quella della trasmissione e su YouTube.