Conventio ad excludendum in salsa Francese

Il caso di Marine Le Pen e i rischi di una democrazia europea "bloccata".

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Marine Le Pen All’indomani del primo turno delle elezioni presidenziali francesi tutti i candidati esclusi dal ballottaggio che vedrà contrapporsi Marine Le Pen e Emmanuel Macron, si sono affrettati a dare il loro incondizionato appoggio a quest’ultimo.
Tutti tranne il leader della sinistra, Jean-Luc Mélenchon, in teoria il più lontano dalle posizioni dei Front National, ma ugualmente euroscettico.
L’isolamento politico di Marine Le Pen non ha nulla a che vedere con le radici neo-fasciste del suo movimento politico. Da tempo, infatti, Marine Le Pen ha dato un taglio netto con quel passato, rompendo in modo traumatico anche con il padre Jean-Marie.
Le ragioni di questa conventio ad excludendum riguardano le posizioni del Front National sull’UE e sull’Euro. E’ il fantasma di una possibile “Frexit” che agita sonno dell’establishment ed unisce tutte le forze politiche tradizionali, gollisti e socialisti.
E’ la prima volta, nella storia della quinta repubblica, che né gli uni né gli altri non partecipano al ballottaggio, ad ulteriore dimostrazione, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che nell’epoca della globalizzazione il vecchio schema destra-sinistra non regge più.
Dovunque, d’altro canto, conservatori e progressisti (anche dove non governano insieme per arginare, sic, l’onda c.d. populista), attuano ormai le stesse ricette economiche, imposte dalla governance europea.
Trattandosi di politiche liberiste e anti-popolari, a pagare il prezzo più alto di questa convergenza sono, ovviamente, i socialisti, che in Francia sono stati relegati ad un mortificante 6,3%, ma che sono in caduta libera nei consensi degli elettori in tutti i Paese del Mediterraneo, i più colpiti dall’ austerity.
Anche in Italia abbiamo conosciuto un’analoga quarantena politica.
Fino agli anni ’70, tutti gli altri partiti del c.d. arco costituzionale ( DC-PSI-PSI-PSDI-PRI), infatti, escludevano pregiudizialmente il P.C.I. da ogni possibile coalizione di governo.
Ma almeno allora era giustificata dalla “guerra fredda”, mentre oggi non vi è alcuna contingenza internazionale che legittima il rifiuto di molte forze politiche francesi di considerare il Front National quale possibile forza democratica di governo, ma solo l’ostracismo nei confronti dell’unica, vera, alternativa politica in campo.
Probabilmente, vincerà il candidato “centrista”, perché il ricordo della Repubblica di Vichy è ancora vivo nella memoria storica dei francesi e anche perché il nazionalismo transalpino è ormai solo velleitario, almeno da quando la Francia è stata ridotta dalla seconda guerra mondiale ad una potenza di secondo piano sullo scacchiere internazionale.
Ma anche chi, tra quindici giorni,  a Parigi e a Bruxelles, brinderà allo scampato pericolo dovrà riflettere sui rischi, che gli italiani ben conoscono, di una situazione di democrazia bloccata nella quale ogni possibilità di alternanza al governo è una chimera.