Il Qatar e i Mondiali, tra polemiche e controversie

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Is it my mind or my heart that I’ve lost
to you, Arab lands, home of enemies?
[…]
Here in my country, oppression
is what takes our rights away

(Mohammed al-Ajami, Poem from a Prison Cell)

Era prevedibile che organizzare la più importante manifestazione calcistica a livello mondiale in Qatar avrebbe sollevato delle polemiche. Le cronache degli ultimi giorni sono ricche di avvenimenti: la corruzione, le condizioni lavorative disumane (d’estate si superano i 50°), lo scombussolamento del calendario (per la prima volta nella storia il torneo si disputerà nei mesi di novembre e dicembre), il pericolo della diffusione dell’alcol (vietato assieme alla carne suina) in una terra piena di proibizioni, i vergognosi interessi economici che coinvolgono la FIFA, l’assenza di libertà individuale nel Paese del Golfo, governato dall’emiro Al Thani.

Il presidente della Federazione Gianni Infantino, a fronte del polverone sollevatosi negli ultimi giorni, ha dichiarato che sono gli europei a dover chiedere scusa per quanto fatto negli ultimi tremila anni, e ha inoltre detto: «Oggi mi sento qatarino, oggi mi sento arabo, oggi mi sento africano, oggi mi sento gay, oggi mi sento disabile, oggi mi sento lavoratore migrante». [fonte: La Verità, 20.11.22] Il capo dei media della Fifa, Bryan Swanson ha inoltre fatto coming out. Forse una mossa “politica” non proprio spontanea; l’omosessualità lì resterà un reato.

Sembra quasi che, a monte della decisione – avvenuta nel 2010 – di organizzare questi mondiali ci siano dei veri e propri interessi geopolitici. Il problema che fa dibattere, e per certi versi indigna e rattrista parte dell’opinione pubblica, è il luogo scelto per celebrare questa manifestazione, ovvero un piccolissimo Stato al confine di un Paese, l’Arabia Saudita, che occupa la 159ma posizione su 167 sul tema dello stato della democrazia (fonte: Democracy Index).

Yassin Musharbash, giornalista del settimanale tedesco Die Zeit, ha scritto senza mezzi termini: «Assegnare i mondiali al Qatar è stato un errore. In questi anni sarebbe stato possibile revocare la decisione, soprattutto dopo che le organizzazioni per i diritti umani e i giornalisti hanno fornito le prime prove dei maltrattamenti dei lavoratori nei cantieri per la costruzione degli stadi. Ma la Fifa, la federazione che governa il calcio mondiale, è un’organizzazione corrotta, spinta da interessi commerciali e priva di coscienza morale, e non ha mai neanche preso in considerazione questa possibilità». [fonte: Internazionale, 18.11.22]

Aprendo la pagina di Wikipedia “Diritti umani in Qatar”, si può ben notare quanto lunga e deprimente sia la lista di provvedimenti che penalizzano le libertà del cittadino, con metodi punitivi primitivi come la lapidazione, la flagellazione o la fucilazione. La principale fonte legislativa dello Stato è anche lì la sharia, che viene applicata in numerosi casi e ambiti; tra i vari reati perseguibili c’è quello dell’apostasia, ovvero il ripudio del proprio credo religioso.

Sono anni che Amnesty International, Human Rights Watch e altre realtà che si battono in difesa dei diritti umani, redigono decine e decine di relazioni di denuncia. Ma niente. Nello specifico, secondo un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, sarebbero oltre 6.500 i lavoratori immigrati deceduti nei cantieri, dal 2011 al 2020, per costruire le strutture funzionali allo svolgimento dei Mondiali. Sono operai arrivati da paesi asiatici e costretti a lavorare in condizioni disumane.

Pare che il Qatar sia una destinazione ambita da uomini e donne asiatici che migrano per cercare fortuna, come domestici e operai, ma che vengono il più delle volte fagocitati da un sistema discutibile che talvolta rasenta la schiavitù. Probabilmente, per dare un segnale forte, sarebbe stato auspicabile un boicottaggio massivo da parte degli Stati; ora la scelta toccherà al pubblico.