Il retroscena in scena: tutto quello che NON c’è da sapere

Cosa si nasconde dietro il "Ciak, motore, azione"?

0
Jack Nicholson e Shelley Duvall in una scena del film "Shining".

Ciak, si gira -o meglio- si legge, certo questo però solo dopo che qualcuno ne parli. Sì, perché quando parliamo di cinema è inevitabile parlare anche del dietro le quinte. Il dietro le quinte o il “backstage” come direbbero gli Americani, fautori indiscussi del grande cinema.. basti pensare ad Hollywood oppure al premio cinematografico più antico al mondo: l’Academy Award, comunemente conosciuto come Oscar.. la notte magica, dove sfarzo e lusso e, ovviamente, anche cinema e musica, fanno da padroni. Ma cosa si nasconde sotto il tappeto rosso, il trucco e parrucco, i sorrisi smaglianti e gli abiti costosi?

Shelley Duvall oggi
Jack Nicholson e Shelley Duvall in una scena del film “Shining”.

shelley-duvall-zoom-7503c8a2-b3ce-41b9-b9f8-b7cf1a8f508c

Sentiamo spesso gli attori esclamare frasi del tipo: “E’ stato un piacere lavorare con.. per..”; “Mi sono divertita tanto sul set..”; “Ho imparato tanto, mi sento maturata grazie a..”.

Sarà stato così per tutti? Questo non è dato saperlo. Forse.

Beh, dobbiamo dire che quel tappeto rosso, tanto amato e tanto temuto, lo hanno solcato anche attori e registi italiani, come è accaduto nel 1962 quando l’allora ventottenne Sophia Loren, ottenne la sua consacrazione come attrice vincendo il premio Oscar come migliore attrice protagonista nel ruolo di Cesira nel film “La Ciociara”. La medesima sorte, però, non toccò all’allora undicenne Eleonora Brown, nel ruolo di Rosetta, la figlia di Cesira. Sebbene il regista Vittorio De Sica apprezzò le doti della giovane, quest’ultima rivelò:

<<L’episodio più intenso avvenne durante la scena finale in cui mi si dice che Michele (interpretato da Jean Paul Belmondo), il giovanotto a cui volevo bene, è morto. Dovevo piangere e De Sica arrivò a dirmi che i miei erano morti in America in un incidente d’auto. Piansi a dirotto, dovettero interrompere il lavoro, non riuscivo a girare. Continuammo solo dopo che mi fu giurato che non era vero>>.

Circa vent’anni più tardi, nel 1980, l’attore Jack Nicholson vestiva i panni di Jack Torrance e recitava: “Sono il lupo cattivo”, in una delle scene più famose del film intitolato “Shining”. In quel frangente però il “lupo cattivo” altro non era che il regista, esageratamente esigente e perfezionista, Stanley Kubrick.

Preda del lupo cattivo fu l’allora trentunenne Shelley Duvall nel ruolo di Wendy Torrance, la quale, successivamente, rivelò: <<Questo è stato il ruolo più difficile che abbia mai avuto>>,e ammettendo così che quel periodo fu molto stressante, tanto da farle perdere i capelli.

Affinché recitasse al meglio, Kubrick la strigliava di continuo, stressandola psicologicamente e isolandola completamente dagli altri perché non voleva assolutamente che qualcuno parlasse con lei.

In una recente apparizione la Duvall, invecchiata e malmessa, ha rivelato di aver bisogno di aiuto perché affetta da problemi mentali. Che la colpa sia da attribuire al compianto Kubrick?  O soltanto alla durezza e all’esigenza, poi forse col tempo scemate, cui il cinema era vittima negli anni ’60 e ’80?

Se però pensiamo al nuovo millennio, le cose non sono di certo cambiate. Nel 2004, l’attore statunitense Jim Cavieziel, nel ruolo di Gesù nel film di Mel Gibson “La passione di Cristo”, rivelò: <<Mel Gibson mi tormentava>>.

L’attore, durante la scena della frustate, venne colpito per sbaglio nella parte della schiena non protetta dalla protesi. Caviezel ha poi raccontato: <<riprendiamo la scena, sebbene la ferita mi dolga ancora. Pochi secondi dopo resto di nuovo senza fiato, l’aria nei polmoni si ferma e anche il mondo intorno a me. Tutto si fa silenzioso, sento solo il dolore che mi assorda. Una frustata, molto più violenta della prima, mi ha solcato il fianco. Ho una cicatrice lunga trenta centimetri. Forse avrei fatto meglio a confessarmi quella mattina. (…) Mel mi tormentava: non sei costretto a sopportare”, mi ripeteva, “sei libero di andartene”. Io ero mezzo nudo, al freddo, alle 5 del mattino, d’inverno, con una spalla slogata dal peso della croce, la corona di spine che mi faceva pulsare la testa e un principio di bronchite. Pensavo che la maggiore difficoltà sarebbe stata recitare in aramaico. Mi sbagliavo. (…) Il freddo, i crampi, le continue emicranie. Stavo ore e ore immobile, ad aspettare che la cinepresa venisse sistemata, che Mel scegliesse l’angolazione migliore. Nei momenti più duri, quando l’unico pensiero era scendere dalla croce, pensavo a Gesù, a quello che aveva sofferto lui, e trovavo la forza di resistere ancora un po’. Ma ci sono stati momenti in cui ho dubitato della mia fede. Quando nel film ho gridato al cielo: “Padre, perché mi hai abbandonato”, non era solo una frase da recitare>>. 

Siamo abituati alle solite, banali interviste nelle quali le lusinghe diventano delle vere protagoniste d’un film improvvisato e ideato dagli attori stessi, quasi come se fossero costretti a fingere ancora, perché quello che succede nel dietro le quinte deve essere un segreto! Noi spettatori ci caschiamo, finché non scopriamo la verità e restiamo tanto impressionati da quello che si nasconde nel dietro le quinte dei film, tanto quanto la fine, il termine dei film stessi. Sì, impressionati tanto quanto il “the end” dei film. O forse più che impressionati, restiamo storditi perché ci rendiamo conto del fatto che quando si parla di cinema.. non è tutto oro quello che luccica!