Intervista esclusiva – Marco Negri: “In A la qualità tecnica si è abbassata, prima era il campionato più bello del mondo. Che esperienza in Scozia!”

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Marco Negri fonte foto: Di sconosciuto - Figurina n. 217 di Pianeta Calcio 96/97, Modena, DS, 1996., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=6209891
Marco Negri fonte foto: Di sconosciuto - Figurina n. 217 di Pianeta Calcio 96/97, Modena, DS, 1996., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=6209891

Uno tra i pochissimi calciatori italiani ad aver vinto il titolo di capocannoniere all’estero (“in ottima compagnia”, come ci ha sottolineato), un’esperienza in Scozia indimenticabile. Abbiamo intervistato in esclusiva Marco Negri, ex storico attaccante dei Rangers, oggi preparatore degli attaccanti e anche scrittore che ci ha fornito tantissimi spunti di riflessione tra cui l’immancabile paragone con il passato.

Chi è oggi Marco Negri?
Ho smesso ormai tantissimi anni fa col calcio professionistico e poi mi sono dedicato completamente alla famiglia. È nato nel frattempo mio figlio quindi ho avuto il privilegio di fare il papà a tempo pieno e poi crescendo mio figlio mi sono un po’ riavvicinato di nuovo alla passione del pallone che non era mai svanita ma magari era stata solo messa da parte e ho scritto due libri, tra cui ‘Marco Negri. Più di un numero sulla maglia’ dove racconto la mia storia sin da ragazzino, dei miei esordi, dei miei sogni e racconto tutte le città e le squadre dove sono stato e poi la stessa versione per la Gran Bretagna ovviamente localizzata un po’ di più sulla mia esperienza ai Rangers. Dopo di che ho iniziato a fare tanti Camp, tantissimi Football Camp, soprattutto intorno al mondo, ho collaborato con la CAC, società italiana di cui faceva parte Costacurta, Oddo, Ambrosini e Cannavaro e andavamo a fare i Camp in America perché trasmettere la mia passione per il calcio ai bambini è una cosa stupenda. Dopo di che l’anno scorso mi sono tuffato proprio nel calcio professionistico: sono entrato a far parte dello staff di Massimo Oddo a Udine. È stata un’esperienza stupenda, io collaboravo prendendomi cura degli attaccanti, un lavoro specifico, è stato bellissimo che spero di ripetere da qualche altra parte perché la trovo un’idea che porta a grandi risultati. Speriamo in un futuro, adesso aspetto, ho raggiunto un bell’equilibro tra passione, il calcio, qualche partita di beneficenza con le Rangers Legend o anche in Italia e chiaramente la famiglia, seguire mio figlio.

Tu hai vissuto un’importante esperienza calcistica in Scozia: quali sono le differenze con il nostro calcio?
L’atmosfera del Regno Unito, della Scozia è particolare, unica. Lì è nato il calcio, lì il calcio è visto, specie negli anni in cui giocavo io, come un’arena con dei gladiatori che combattono dando il massimo e alla fine veramente vince il migliore. Sono orgoglioso di aver fatto questa esperienza: sono stato uno dei primi 10 calciatori italiani ad andare all’estero e, quindi, ci voleva anche coraggio allora perché noi eravamo il campionato che accoglieva i più grandi calciatori. Però sono contentissimo di aver fatto quest’esperienza: primo perché ho avuto la possibilità di giocare nei Rangers, un club incredibile, di giocare all’Ibox, uno stadio unico, con un’atmosfera incredibile perché i Rangers fan, i supporter dei Rangers sono i più leali,i più passionali che abbia mai avuto e quindi, un’esperienza grandissima che chiaramente mi ha dato la possibilità di giocare con campionissimi come Laudrup e Gascoigne su tutti e di giocare in Champions League, che era un sogno ed è stato il top della mia carriera e anche una grandissima esperienza di vita perché fare lo straniero in un paese, seppur europeo, ma con una mentalità diversa dall’Italia ti fa crescere come uomo, ti apre molto la mente e ne conservo ancora un ricordo. Il legame è ancora aperto visto che torno spesso a Glasgow sia per delle cose di beneficenza che per commentare delle partite allo stadio che per trovare degli amici. Nello specifico le differenze sono la passione, perché è seguito in maniera diversa, è seguito con grandissima attenzione e passione, durante la partita, come intrattenimento, durante la settimana chiaramente scema l’interesse perché ognuno ha i propri interessi come la famiglia e il lavoro. Qua in Italia siamo un po’ l’opposto: perché la domenica e il sabato gli stadi sono un po’ vuoti però durante la settimana se ne parla più che la domenica. Si è più concentrati più sullo spettacolo e sull’intrattenimento della partita.

Qual è il ricordo più bello che conservi da calciatore?

Credo che il calciatore professionista sia il mestiere più bello del mondo. Sono stati fortunatissimo a  farlo per tanti anni, mi sono tolto tantissime soddisfazioni. Di momenti belli ne ho avuti tantissimi perché è stata tutta una cavalcata: sia il settore giovanile, sia l’esordio a 17 anni con l’Udinese, conquistarmi tutte le categorie sul campo: ho giocato in serie B perché ho vinto la C1, ho giocato in serie A perché ho vinto il campionato in serie B. Sono state tutte cose belle: 5 gol in una partita coi Rangers, la vittoria di capocannoniere in un campionato estero – sai, siamo tre italiani che l’abbiamo vinta: io, Toni e Vieri, quindi grande compagnia -. Se devo veramente prendere un episodio è sicuramente l’esordio che coincide col primo gol in serie A: esordiamo col Perugia a Perugia contro la Sampdoria di Mancini e Veron, vinciamo 1 a 0, io faccio il primo gol in serie A ed è il coronamento veramente dei sogni che avevo da bambino perché quando giocavo nei cortili, allora che era l’82 l’anno dei campioni del mondo Rossi, Tardelli, ci chiamavamo come questi qua che segnavano e giocavano nella nostra serie A. Dopo tanti anni , fatiche, sacrifici, gioie e dolori ho coronato il sogno che avevo da bambino che conservo ancora con grande grande affetto e anche se, ripeto, gli episodi indimenticabili sono tantissimi.


Cosa ti è mancato nella tua carriera che avresti voluto fare e non hai fatto o che, al contrario, hai fatto e che, col senno di poi, non avresti voluto?

Questa domanda rispondo molto facilmente: toglierei il fatto di essere andato a giocare a Squash in un giorno libero in Scozia. Dopo aver fatto 30 gol in 4 mesi dal mio esordio a dicembre, un mercoledì – era un dayoff-, non ci si allenava perché nel campionato straniero scozzese ci si allenava il lunedì e il martedì, il mercoledì era libero, il giovedì e il venerdì ci si riallenava per la partita del sabato. Io vado a giocare a squash con Porrini e mi piglio la pallina da squash all’occhio: il distacco di retina, tutto questo dopo aver segnato 30 gol ed essere primo nella lista della Scarpa d’Oro e c’era profumo di esordio in Nazionale, e tutti conoscevano il mio nome grazie ai miei gol, purtroppo questo infortunio mi stoppa una cavalcata incredibile, sto fuori due mesi e un po’ di magia si rompe: fatto sta che alla fine segno con il contagocce, gioco pochissimo e tutti questi sogni un po’ si infrangono. Se potessi tornare indietro, andrei a fare una passeggiata oppure starei sul divano a dormire per salvaguardare il mio occhio: adesso ne parlo con il sorriso sulle labbra, con un po’ di ironia chiaramente ma non ti nascondo che allora ai tempi fu una cosa devastante perché oltre al dolore e il fatto di non essere in grado più di scendere in campo con i miei compagni dopo cominciava a ronzare per la testa ‘Perché? Come mai proprioa  me?’ Una cosa così stupida, però con un po’ di capelli grigi capisco che le cose accadono, sono messi lì sulla bilancia, bisogna accettare e reagire ma con il senno del poi…niente squash!

Chi è stato il compagno di squadra più forte con cui hai giocato? E l’avversario che ti ha creato maggiori difficoltà?
Qua non ho dubbi: Paul Gascoigne. Ho avuto la fortuna di giocarsi insieme in Scozia, ai Rangers, ed è formidabile, un genio. Un centrocampista totale, secondo me il più forte centrocampista dopo Crujff perché completissimo, con grandissima forza atletica, grande tecnica, poteva segnare su punizione, dribblando, poteva farti gli assist, era un leader, era carismatico, era tutto quindi sicuramente lui anche se non voglio fare torto ai più grandi giocatori e poi di contorno al grandissimo calciatore era uno con cui non ci annoiava sicuramente.

Oggi si dice che la serie A sia vistosamente calata di livello rispetto agli anni scorsi: è così?
Negli anni di serie A il nostro era il campionato più bello del mondo, tutti i grandissimi campioni venivano a giocare nel nostro campionato, tra cui Zidane, Ronaldo, Weah, c’era la nazionale italiana tra le più forti di tutti e c’erano i difensori più forti del mondo. Io ricordo che incontravi il Milan e c’era Maldini e Costacurta e Desailly, incontravi il Parma e c’era Cannavaro e Thuram, incontravi la Juve e c’era Montero e Iuliano e Ferrara, nella Roma c’era Aldair. Ogni domenica ti dovevi superare e anche per quello che sono molto molto orgoglioso di aver fatto in una stagione 15 gol in quel campionato lì perché tra difensori e portieri era il campionato più competitivo del mondo senza dubbi. E poi anche l’esperienza in Scozia, perché in Scozia menano come i fabbri, i difensori sono grandi e grossi, l’arbitro fischia 4-5 volte compreso l’inizio del primo e del secondo tempo e la fine quindi non fischia mai e bisogna adattarsi perché loro basano il calcio sullo scontro fisico sulla veemenza, sull’aggressività e quindi prima lo capisci e prima riesci a trovare e escogitare qualche strategia per rendere altrimenti sono botte da orbi e non ti nascondo che le prime partite arrivavano dei treni dietro la schiena che non si fermavano mai e l’arbitro non fischiava mai per cui è stata una bella gavetta. Gli ex calciatori sembrano essere sempre abbastanza romantici nel senso che sottolineano “come ai miei tempi il calcio era diverso, era più bello”, però i nomi che ti ho fatto prima, i giocatori fanno la differenza. I giocatori che militavano nella serie A di tanti anni fa erano veramente i migliori al mondo: il Pallone d’Oro era sempre nel campionato italiano, io ricordo l’attacco della Nazionale italiana. C’erano dieci attaccanti che potevano giocare, da Baggio, a Totti, Del Piero, Inzaghi, Delvecchio, Casiraghi, Zola non finisce mai la lista e questo sicuramente fa la differenza. Sì, la qualità tecnica si è abbassata anche se adesso con moduli di gioco o strategia si cerca un attimino di rendere le partite piacevoli ma non c’è dubbio che il singolo giocatore con le proprie qualità che fa sempre la differenza per il pubblico, per lo spettacolo.

Chi è un attaccante che ti somiglia oggi?
A me i paragoni non sono mai piaciuti, quando li facevano su di me nel senso che ogni giocatore magari si può ispirare a un modello ma deve andare avanti per la propria strada, sfruttando le proprie caratteristiche. Il ruolo dell’attaccante è cambiato in maniera radicale: una volta c’erano gli uomini d’area di rigore tipo Inzaghi, io ero uno di questi giocatori che amava finalizzare il gioco della squadra, stare nei pressi dell’area di rigore. Adesso chiaramente l’attaccante deve essere totale, deve essere il primo difensore, la squadra deve essere corta, deve essere inserito in un meccanismo sia di difesa che di attacco e quindi il ruolo proprio è cambiato totalmente quindi è difficile fare dei paragoni. Diciamo che tutti gli attaccanti adesso che prediligono le conclusioni di prima, cioè a un tocco  serviti in area di rigore, sono quelli che possono avvicinarsi al ruolo di giocatore di area di rigore di cui facevo parte io.

Ultima domanda: ti vedremo su una panchina un giorno?
Come ti ho detto prima, l’anno scorso a Udine è stata un’esperienza stupenda perché è bello riavvicinarsi al calcio, bello stare sul campo di nuovo con dei giocatori talentuosi, io credo molto in questo ruolo di allenatore di attaccanti, spero di avere un’altra opportunità perché i risultati arrivano, vedi Kevin Lasagna che l’anno scorso ha fatto 10 gol, non per merito mio però io ero là, insomma qualche piccola mano, qualche piccolo consiglio il merito me lo prendo volentieri. Speriamo di avere un’altra possibilità: quello è un ruolo che a me piace veramente, mi diverte e che avrei veramente interesse di rifare da qualche altra parte. Un ruolo da capoallenatore per il momento non ce l’ho nelle mie mire perché sono molto focalizzato in questo progetto specifico e mi piacerebbe dimostrarlo a tutti. Oltre alle mie capacità è un’idea che il calcio italiano presto prima o poi accetterà. Resto focalizzato su questo e in attesa di una chiamata.