La Consulta consegna il futuro del Paese ad un Governo di grande coalizione

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parlamento italiano
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In attesa di conoscerne le motivazioni, l’attesa sentenza della Corte Costituzionale sulla nuova legge con la quale dovrebbero essere eletti i prossimi deputati, infelicemente denominata dai media “Italicum” lascia, di primo acchito, più di una perplessità.
Innanzitutto, la Corte Costituzionale ha “bocciato” il ballottaggio tra i due maggiori partiti, previsto del testo originario nel caso in cui nessun partito avesse raggiunto l’asticella (fissata dal legislatore molto in alto proprio per schivare i dubbi di incostituzionalità relativi un possibile vulnus di rappresentatività dell’elettorato) del 40% dei consensi.
Il “ballottaggio” tra i due maggiori partiti è un meccanismo elettorale previsto non solo in altri ordinamenti vicini al nostro, come l’ordinamento francese, ma dalla legge elettorale con cui eleggiamo i Sindaci.
Al contempo, è l’unico sistema che garantisce la governabilità in un panorama multi-partitico come il nostro, riducendo, inoltre, la frammentarietà del quadro politico.
Per contro, la Consulta ha “salvato” il premio di maggioranza che la legge attribuisce al partito che raggiunge la soglia del 40% dei voti, e cioè il meccanismo che, a differenza del ballottaggio, ha fuor di dubbio un effetto “dopante” sul risultato elettorale.
La differenza tra le due ipotesi è lampante: nel primo caso, si chiamano gli elettori a votare al secondo turno.
Magari dal punto di vista di molti elettori si tratta di votare, turandosi il naso, come soleva dire Montanelli, “il meno peggio”, ma, in ogni caso, i seggi vengono attribuiti in base a voti reali.
Al contrario, nel caso del premio di maggioranza (vituperatissimo ai tempi della legge elettorale del ’53, meglio nota come “legge truffa”) la governabilità è assicurata da un surplus di seggi assegnati in forza di un voto “virtuale”.
Tra i due meccanismi quello che pone maggiori profili di delicatezza sul piano costituzionale è certamente il premio di maggioranza, e non il “ballottaggio” al secondo turno tra i partiti (rectius: le liste) che hanno ottenuto più voti popolari.
Quel che resta dell’Italicum dopo l’intervento della Corte Costituzionale è una legge di fatto “proporzionale”, posto che ben difficilmente, nell’attuale sistema politico tripolare, una lista sarà in grado di ottenere il 40% dei voti.
Considerando che anche la legge elettorale del Senato è, in pratica, una legge proporzionale pura e sostanzialmente omogenea, la Consulta, di fatto, consegna il Paese ad un Governo di grande coalizione che taglia le ali c.d. estreme.
Una rilevante conseguenza politica, che, se non addirittura voluta, difficilmente può esser sfuggita ai giudici costituzionali.
Ancora più sorprendentemente, resta “in piedi” il sistema delle liste bloccate, limitatamente ai capilista (ormai in voga da anni e che, per parere unanime di tutti gli osservatori, non ha certo fatto emergere, per usare un eufemismo, il miglior ceto parlamentare che il nostro Paese abbia mai avuto), nonché la possibilità di pluri-candidature, con il correttivo (?) che non sarà più il candidato eletto a scegliere il collegio, ma il Fato, che qui veste le spoglie di un sorteggio. Ma, in entrambi i casi, o che il Collegio lo scelga il candidato o che sia “sorteggiato” il sistema delle pluri-candidature allontana l’eletto dal territorio che dovrebbe rappresentare e, conseguentemente, dai suoi elettori, consumando il rapporto ormai sempre più logoro tra i politici e i cittadini.