La strana coppia De Crescenzo-Siani: «Noi due, malati di “napolitudine”»

Intervistato, Alessandro Siani, racconta il momento in cui ha conosciuto il grande scrittore, regista, attore e conduttore televisivo italiano.

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Siani-De Crescenzo
Siani-De Crescenzo, Google

Siani ricorda che a maggio 2015 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria di Furore, dove è stata girata una scena del suo film Si accettano miracoli.

Viene avvicinato da una signora che si presenta come la figlia di Luciano De Crescenzo. Ricordando che anche il papà è cittadino onorario di Furore, invita l’attore nella loro casa di Roma per presentarglielo. Così, un giorno è andato e lo ha conosciuto.

Da questi incontri è nata la versione teatrale di Così parlò Bellavista.

Alessandro Siani comincia così a parlare del libro (Mondadori) firmato assieme a De Crescenzo, che ha per sottotitolo «Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania e turnà».

Sentitosi come un allievo che assiste alle lezioni di un maestro, in realtà, comincia ad entrare in un mondo diverso, letterario. Poi sono venuti fuori la sua verve e dei dialoghi leggeri dove Luciano filosofeggia e lui “sbarea”.

Luciano osserva Alessandro e ritrova in lui un po’ di se stesso.

Molto diversi, è vero, ma anche molto simili, soprattutto nel modo di relazionarsi con gli altri, senza però rinunciare alla loro riservatezza.

Definisce Luciano un mito dopo Pino Daniele e Maradona. Un sogno avveratosi. Di lui gli ha colpito il suo spessore e la capacità di raccontare qualsiasi cosa ‘importante’ in modo popolare.

Che cos’è la napolitudine?

«A smania e turnà, una malinconia che assomiglia alla saudade».

“La napolitudine è un tipo di nostalgia inspiegabile, perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io la napolitudine la sento sempre, anche mentre passeggio tra le bancarelle di San Gregorio Armeno e sfioro i pastori creati dai maestri artigiani. Mi si arrampica sulle papille gustative, stuzzicate dal profumo delle sfogliatelle appena sfornate. Mi accompagna come l’ammuina dei vicoli, che ritrovo immutata nel tempo, o come il profilo del Vesuvio, un paesaggio unico al mondo. Insomma, questa nostalgia avvolge tutti i miei sensi e mi agguanta lo stomaco come una mano fatta di tufo, la materia vulcanica nata dalla concentrazione di lava, pomici, cenere e lapilli, su cui è costruita l’intera città.”