L’articolo sul terremoto che uccise Siani

0

Sembra quasi beffa del destino che il trentunesimo anniversario di morte di Giancarlo Siani (Napoli, 19 settembre 1959 – Napoli, 23 settembre 1985) cada in un periodo come questo, in cui talk show, giornali, radio e forum ne hanno da dire da ridire su terremoti, costruzioni, calcestruzzi e corruzione.

Gli stessi argomenti che tanto avevano interessato il giovane Giancarlo, giornalista de “Il Mattino”, giornale per il quale lavorò come corrispondente da Torre Annunziata, occupandosi principalmente di cronaca nera e quindi di camorra, studiando e analizzando i rapporti tra le famiglie camorristiche che controllavano il comune e i suoi dintorni, gli intrecci tra politica e criminalità organizzata e scoprendo, in particolare, una serie di connivenze che si erano stabilmente create, all’indomani del terremoto in Irpinia, tra esponenti politici oplontini e il boss locale, Valentino Gionta.

Una personalità scomoda da eliminare, la cui pericolosità andava sempre più acutizzandosi dall’alacrità con la quale Siani lavorava alle sue inchieste, il cui tema principale verteva sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto.

Una bocca che doveva essere messe a tacere, e il pretesto venne presto trovato in un suo articolo scritto alcuni mesi prima dell’omicidio. In quest’articolo, che trattava dell’arresto di Valentino Gionta, Siani ipotizzava che la soffiata fosse arrivata dal clan Nuvoletta. Il Gionta fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano di Napoli: l’arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell’articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei e di Cosa Nostra (di cui erano gli unici componenti non siciliani), facevano la figura degli “infami”, ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d’onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.

I Nuvoletta non accettarono quelle illazioni e, già adirati dalle sue inchieste, si attivarono per farlo fuori.

Il delitto di Giancarlo Siani rappresentò certamente una novità dal punto di vista della criminalità organizzata campana. Infatti, mai la camorra, fino a quel momento, aveva ammazzato un giornalista. Fatti del genere erano accaduti soltanto in Sicilia.

Il 23 settembre 1985, appena giunto sotto casa sua con la propria Citroen Mehari, Giancarlo Siani venne ucciso. A spararlo almeno due assassini mentre era seduto nell’auto. Fu colpito 10 volte in testa da due pistole Beretta 7.65mm: l’agguato avvenne alle 20.50 circa, a pochi metri dall’abitazione, in Piazza Leonardo nel quartiere napoletano dell’Arenella.

Quello stesso giorno Siani aveva telefonato ad Amato Lamberti, sociologo e suo ex direttore all’Osservatorio sulla Camorra, per chiedergli urgentemente un incontro. Non si è però mai saputo di cosa volesse parlare e lo stesso Lamberti, nelle diverse testimonianze che ha reso durante i processi, non ha chiarito l’episodio.

Quella telefonata è una delle molte cose non chiarite durante il processo: non è stata più ritrovata, per esempio, la documentazione a cui Siani stava lavorando e che avrebbe potuto spiegare il movente autentico del suo omicidio; furono arrestate tre persone, poi prosciolte; le indagini vennero chiuse, riaperte e trasmesse a diversi giudici. Dopo 12 anni e le confessioni di alcuni pentiti, il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della Corte di Assise di Napoli ha condannato all’ergastolo Valentino Gionta, Angelo e Lorenzo Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio, Ciro Cappuccio e Armando Del Core, invece, quali esecutori materiali. Le pene sono state poi confermate dalla Cassazione, tranne che per Valentino Gionta, definitivamente assolto per non aver commesso il fatto.

Dall’inchiesta sull’omicidio di Siani nacquero diverse altre indagini sui rapporti tra politica e camorra che portarono agli arresti di imprenditori, amministratori locali, funzionari comunali e dell’ex sindaco di Torre Annunziata, Domenico Bertone.

Un caso, quello di Siani, così tristemente attuale, che sembra poter essere inserito nei fatti di cronaca recenti: il terremoto in Abruzzo nel 2009 e quello di Amatrice (2016) insegnano. Insegnano che le costruzioni per abitazioni, scuole, uffici pubblici, in Italia, sono affidate ad enti aggiudicatori dalla sempre più dubbia moralità.

Insegnano che le infiltrazioni camorristiche si insinuano nella quotidianità scandita da un’apparente normalità. Insegnano che i soldi raccolti col messaggino solidale passano prima attraverso le mani degli amministratori regionali, che molto spesso intrattengono rapporti con la criminalità organizzata, e poi, forse, erogati agli enti pubblici, passati prima attraverso le mani (e i portafogli) di Dio sa quale sinistro personaggio. E così, tra walzer burocratici e infiltrazioni camorristiche, c’è chi cerca di vederci chiaro e determinare se il denaro sia elargito direttamente agli sfollati, alle aziende danneggiate e alle famiglie delle vittime.

Purtroppo però, oggi come allora, non ci è consentito sapere l’effettiva destinazione dei nostri soldi, per non rischiare di diventare martiri di un sistema corrotto che miete più vittime della terra quando trema.