Le priorità velate del Comitato di Basilea

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Nel settore bancario si fa un gran parlare di modelli interni e di regole che modulano il capitale delle banche a copertura dei rischi di credito, operativi e di mercato. E in una recente dichiarazione rilasciata ai cronisti prima di un incontro ufficiale con la Commissione del Parlamento europeo a Bruxelles, il Segretario Generale del Comitato di Basilea, William Coen, afferma che le nuove norme, conosciute come Basilea IV, sono proprio finalizzate a interrompere la discrezionalità nel quantificare l’accantonamento di capitale per coprire questi rischi. Le posizioni tra Europa e Stati Uniti d’America al riguardo sono ancora molto distanti, ma la stampa specializzata dà per certo che ci si accorderà entro inizio anno prossimo aumentando (si parla del 10%) la misura dell’accantonamento di capitale e standardizzandone anche le modalità di determinazione.

Le banche sono in agitazione perché temono che il prospettato incremento degli accantonamenti di capitale renderà l’attività di intermediazione poco conveniente e indurrà gli istituti di credito, soprattutto con le imprese che presentano un basso rating, a rinunciare all’impiego dei fondi.

È fin troppo evidente che prevenire situazioni di criticità, causate da sofferenze su affidamenti, è legittimo quanto benefico per il sistema bancario, tuttavia le misure che si intendono adottare lasciano qualche dubbio sull’effettivo obiettivo da centrare e alimentano sospetti che il proposito dichiarato dalle autorità creditizie internazionali sia solo secondario rispetto ad altre velate priorità perseguite e ottenibili con i provvedimenti annunciati.

La riduzione delle somme che le banche possono utilizzare per l’impiego fondi provoca una diminuzione della liquidità in circolazione e produce, come diretta conseguenza, anche un aumento del costo del denaro. A breve probabilmente la Bce aumenterà i tassi di riferimento e l’inflazione, lentamente, riprenderà il suo cammino in salita. Le autorità monetarie non avranno più da preoccuparsi per la deflazione e il quantitative easing fra un po’ di tempo sarà solo un ricordo. I giornali finanziari dedicheranno, già nel prossimo anno, titoli e commenti alle manovre governative per contenere l’inflazione e i sindacati premeranno per agganciare salari e stipendi alla perdita del potere di acquisto delle retribuzioni. È intuibile che la prima delle priorità velate sia la riduzione della liquidità in circolazione e il conseguente aumento del costo del denaro.

Altra priorità nascosta e perseguibile con l’incremento dell’obbligo di accantonamento di capitale è lo sfoltimento degli istituti bancari, a cominciare dai più piccoli e dai meno capitalizzati.

La principale fonte di reddito delle banche deriva dall’attività di intermediazione e, quando diminuisce il capitale disponibile per le operazioni di impiego, proporzionalmente diminuiscono anche i ricavi. Per i piccoli istituti di credito che non hanno la possibilità di ridurre i costi fissi con la crescita dimensionale, i minori ricavi possono assottigliare talmente la redditività fino a produrre un risultato economico negativo. E un’impresa che non produce reddito, quasi sempre chiude, si cede o viene incorporata; tutte eventualità che ne fanno cessare la sua esistenza.

Proprio quello che molti economisti e studiosi dei mercati finanziari invocano: una radicale potatura degli istituti di credito come primario provvedimento per risanare il settore bancario.

E lo vuole anche l’Europa, altrimenti perché Coen, nella stessa occasione, avrebbe dichiarato “Che è stata scelta dell’UE di applicare le regole di Basilea a tutte le banche e non solo a quelli grandi, come negli Stati Uniti”?

Inoltre, se l’obiettivo fosse unicamente quello di dare maggiore stabilità al settore bancario, perché le autorità monetarie limitano i provvedimenti al solo aumento del capitale regolamentare necessario per sostenere i diversi rischi finanziari e non disciplinano anche i criteri per la valutazione dei requisiti di redditività e solvibilità delle imprese che richiedono i finanziamenti? Il volume degli impieghi resterebbe complessivamente invariato, ma ne trarrebbe giovamento il sistema finanziario con l’abbattimento dei crediti deteriorati. Naturalmente basterebbero meno riserve di capitale per coprirsi dai diminuiti rischi operativi e nemmeno il sistema economico ne sarebbe svantaggiato per le maggiori difficoltà a ottenere prestiti, perché finanziare chi non genera reddito provoca solo sofferenze e non produce nessun reale beneficio alla crescita economica di una nazione.