Mancini-Kovacic: museruola o protezione?

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Mateo giù, Mateo su, Mateo di lato…Mateo non si fa, ma chi te l’ha insegnato? Il rapporto tra Mancini e Kovacic decolla quanto un aereo il cui capitano è il cugino di Schettino, quello che fa il pilota. Il tecnico di Jesi fin dal suo arrivo ad Appiano ha ammirato l’estro tecnico del giovane croato, ma quando si è trattato di gestirlo, ha preferito porre la museruola intorno al collo del 10, piuttosto che sguinzagliare il suo talento in giro per il campo verde.

Sarebbe riduttivo dire che Mancini ha sequestrato la bacchetta magica al maghetto di Linz, ma è evidente l’involuzione del croato, da quando l’osannato tecnico di Jesi è tornato in quel di Milano. Rimproveri su rimproveri, accorgimenti su accorgimenti, come una madre isterica e iper-protettiva che cerca di impartire ordini al figlio che sperimenta il mondo (del calcio). Ne deriva un quadro attualmente allarmante per la rosa nerazzurra, già povera, che si è ritrovata senza il suo diamante dal numero spropositato di carati, trasformato in un anellino senza né infamia né lode. Potremmo chiamarla metamorfosi, parabola discendente o buttarla sulla personalità non certo d’acciaio del giovane Kova, ma la realtà è che alla base ci sono principi tecnico-tattici che il 10 fa fatica a digerire.

Tutto riconduce al ruolo: Mateo era un’aspirante poeta e mamma Mancini lo ha costretto ad iscriversi alla facoltà di Fisica Nucleare dell’Università dei Secchioni di Milano. Lì il ragazzo non si trova bene, ha anche le capacità per farlo, ma proprio non è il suo stile. Non è un caso se i problemi del giovane sono iniziati proprio quando Mancini l’ha schierato trequartista, ruolo da sempre riconducibile al talento, ma non scevro dai vincoli dei movimenti di squadra, senza i quali nel calcio moderno si risulta inadeguati, tremendamente fuori dai binari.

La situazione non è semplice. Il rapporto tra i due sembra incrinarsi ora dopo ora: nei primi giorni sembravano capirsi a meraviglia ed andare d’amore e d’accordo, forse per l’incondizionata fiducia che un giovane talento deve a prescindere al tecnico ex Manchester con ciuffo in ordine e sciarpa intorno al collo, forse perché il Mancio credeva di poter plasmare secondo il suo credo l’ex Dinamo, così come poi ha fatto con Mauro Icardi. Sembra preistoria, perché ora le scintille che fioccano tra i due non appaiono tanto quelle tra due innamorati, ma somigliano maggiormente a quelle di genitore e figlio, che si sopportano a fatica.

“Mister, ma perché rimproveri sempre me?” ha tuonato il ragazzo del 94’ nei confronti del tecnico, sintomo di un calciatore alle porte della crisi di nervi, tra panchine a ripetizione e il non sentirsi più indispensabile in un progetto tecnico in cui fino a qualche tempo fa era il perno indiscusso. I due camminano uno di fronte all’altro su un filo, come due funamboli: riusciranno ad incontrarsi al centro del percorso o uno dei finirà per cadere?