Maradona diventa umile: “Né io, né Pele… il più forte di sempre è lui!”

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Tomas Felipe Carlovich. Fonte foto Wikimedia Commons

Parlare di Maradona è sempre come muoversi sul filo di lana. Il suo genio lo ha consacrato tra gli dei del calcio, così come il suo carisma e la sua carica di entusiasmo. Ecco perchè quando “El Pibe de oro” apre bocca c’è sempre da rimanere affascinato o stupefatto, dipende dallo schieramento da cui lo state ascoltando.

In questo Napoli e Buenos Aires sono da decenni gemellate nel considerare “el diez” il più grande atleta che abbia mai calcato i campi da gioco dello sport più bello del mondo. Forse non la penseranno così dalle parti di Rio de Janeiro dove per fermo antagonismo preferiscono considerare “O’Rey” Pelè il monarca assoluto del gioco, in un dualismo che ha diviso l’intero globo in una sorta di guerra fredda, ognuno con la propria idea di grandezza.

Eppure, come dicevamo prima, sarebbe uscito proprio dalle labbra del caro numero dieci argentino la sentenza che forse (ma non ci giureremmo) metterà fine all’atroce dilemma. “Nè io, nè Pelè, il calciatore più forte di tutti i tempi è El Trinche“. Il riferimento è a Tomas Felipe Carlovich, funambolico centrocampista argentino di Rosario degli anni ’70. A molti, questo nome potrebbe non voler dire nulla, ma “El Trinche” è davvero una leggenda per i tifosi un po’ più attempati del paese sudamericano.

Troppo forte, davvero troppo forte“. Questo era il commento che i suoi adoratori e, a maggior ragione, i suoi avversari solevano ripetere dopo averlo ammirato in campo. Lo stesso Jorge Valdano lo indicò più volte come una sorta di spirito guida, un’ispirazione costante che ha fatto nascere un sentimento di adorazione dopo aver assistito alla specialità della casa, quel “doppio tunnel” che lo rese celebre in tutto il mondo.

Parlare di genio e sregolatezza con “El Trinche” forse è anche addirittura riduttiva. Gli aneddoti su di lui si sprecano come quando nel ’74 , in una gara di preparazione ai Mondiali di Germania, fece fare una figuraccia addirittura alla Seleccion di Vadislao Cap impegnata contro una rappresentativa di giocatori di Rosario. Quattro anni più tardi avrebbe potuto far parte proprio della sua Nazionale quando il nuovo selezionatore, Menotti, lo chiamo a Buenos Aires per il preritiro mondiale. Si narra che passando con la sua auto davanti ad uno stagno non seppe resistere alla tentazione di gettare la sua fida canna da pesca e provare a pescare, mentre nella Capitale tutti lo aspettavano per gli allenamenti. Lui, alla chiamata dell’Albiceleste preferì passare l’intera giornata a pescare trote, dopodiché tornò dritto nella sua Rosario. Se questo non è il numero uno…