I Millennials: una generazione ma senza impegno

"Stammi vicino ma non troppo"

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La parola chiave della nostra epoca è la condivisione. In effetti condividiamo la musica che ci fa sembrare fighi, la foto in bikini con citazione di Bukowski, qualunque cosa che ci possa far elemosinare apprezzamenti. Un minuto da soli ci spaventa e quel piccolo smartphone, un’estensione dell’avambraccio, è una soluzione perfetta alla sensazione di vuoto. La frenesia di controllare post di cui non ci interessa, di vedere la foto di qualcuno che conosciamo a malapena, di contattare 50 persone in una volta senza dire niente. La maggior parte delle conversazione inizia con “come stai”, ma nessuno lo vuole sapere veramente. La risposta è sempre la stessa “bene”. Nessuno sta sempre bene, ma nessuno che sta male dice la verità. Essere triste non è condivisibile, anche se potesse essere d’aiuto per qualcun altro. Le giornate al mare, le nottate in discoteca sono condivisibili, ma la tristezza no. Con gli smartphone abbiamo perso una capacità basilare: essere noi stessi, solo persone con alti e bassi. La maggior parte delle persone usa il telefono in macchina pur di non affrontare le emozioni reali, quelle non condivisibili. Preferiamo rischiare la nostra vita e quella degli altri per non affrontare per un secondo la solitudine. Al posto della capacità di ascoltare abbiamo ottenuto una sorta di assuefazione, la frenesia dell’essere in contatto con più persone possibile nello stesso momento. Un’immagine illusoria, costruita sul modello del social, di una persona distante 700 km da noi è quello che ci basta per sentirci parte di qualcosa. Come su internet riempiamo anche la nostra vita di relazioni superficiali. Fidanzati che non si conoscono, le storie irrilevanti che crollano come castelli di sabbia, perché tanto il mare è pieno di pesci. Il mare è Facebook, che ci fa sembrare facile stare vicino alle persone, ma ci toglie la capacità di costruire empatia. Siamo la generazione che rifiuta le cose serie: sinonimi di pesantezza che nessuno desidera. Tuttavia se tutto ciò che è serio è pesante, allora tutto ciò che è leggero è vuoto. In questo loop di mediocrità, però, c’è una falla che ci rende ancora umani. Quando viviamo anestetizzati, incapaci di provare tristezza, diventiamo incapaci di provare tutta la gioia che ne deriva. Sopravviviamo, mediamente soddisfatti del nostro prodotto, ma mai felici. Non è facile trovare un equilibrio, ma un passo avanti è possibile. La prossima volta che chiediamo “come stai” a qualcuno, ascoltiamo la risposta.