Ottavio Bianchi, Maradona e la fine della prima esperienza col Napoli

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Uno dei due campionati italiani vinti dal Napoli, è avvenuto sotto la guida tecnica di Ottavio Bianchi. L’ex allenatore bresciano aveva vestito la maglia del Napoli come giocatore, più precisamente come centrocampista. Bianchi è stato l’ultimo calciatore a vestire per così tanto tempo la maglia azurro con il numero 10 (4 anni consecutivi), segnando 14 goal in 109 presenza all’ombra del Vesuvio.

Torna nella città partenopea in vesti di allenatore durante la stagione 1985-1986, dopo un buon esperienza al Como. Il Napoli di Bianchi arriverà al 3° posto nel suo primo anno, per poi aggiudicarsi scudetto e coppa Italia nella stagione seguente. Allenerà il Napoli e Maradona per 5 anni, riempendo la bacheca azzura con un’altra coppa Italia e la prestigiosa Coppa Uefa.

Durante la stagione 87-88, il Napoli era primo in classifica, ma nelle ultime 5 giornate, perderà ben quattro sfide, consegnado lo scudetto al Milan. In quell’anno, ci saranno moltissimi eventi che turberanno la squadra, e il rapporto di alcuni giocatori con il mister Bianchi: la rimonta dei rossoneri dopo un campionato quasi dominato, il comunicato contro Bianchi, l’ombra del calcio-scommesse, i cori contro i giocatori ed infine l’epurazione dei ribelli.  Al termine della stagione Bianchi fu riconfermato, nonostante i rapporti non idilliaci con molti calciatori azzurri; furono epurati i cosiddetti “ribelli di maggio”: Garella, Giordano, Ferrario e Bagni. Lascerà la squadra per la Roma solo dopo l’anno 1989. Nel novembre 1992 torna sulla panchina del Napoli, dopo l’esonero di Claudio Ranieri, riuscendo a sfiorare la qualificazione UEFA con una squadra presa in zona retrocessione. Questa sarà una delle sue ultime esperienze da allenatore

Recentemente, Bianchi è intervenuto, rilasciando alcune dichiarazioni , nel corso di una intervista a “Il Messaggero” , su Maradona e sulla sua esperienza napoletana : “Maradona? Gli dicevo: Diego adesso basta allenamento, vatti a fare la doccia, siamo qui da due ore. E lui niente. Dicevano che Diego si allenasse poco e male: frottole. […]  “Avevo un bel rapporto col suo preparatore Signorini, con lui provai a parlare a Diego, erano colloqui serrati, tentavo di dissuaderlo, di dirgli che se avesse percorso quella strada poi avrebbe avuto tanti problemi nella vita… Finché un giorno, senza guardarmi negli occhi e mangiandosi le unghie, mi disse a bassa voce: mister, lei ha ragione, ma io non posso che vivere così, devo avere sempre il piede sull’acceleratore. Mi sentii enormemente solo e sfiduciato, capii che non contavo più niente e sarei dovuto rimanere al Napoli ad assistere allo scempio, così decisi di andarmene. Da Napoli e da Diego”.

Maradona aveva pressioni insostenibili, pazzesche è dir poco, nemmeno una persona con una grande preparazione culturale le avrebbe sopportate. Ma ho avuto la fortuna di godermelo, e me lo ricordo così, nella sua genuinità. […] Si allenava da matti, perché più uno è un asso più lavora, come i grandi musicisti. Voi avete visto i suoi gol celebri, da metà campo o su punizione, di mano… ma non sapete che non erano gesti estemporanei, erano cose che noi vedevamo tutti i giorni, il colpo a effetto non era casuale ma frutto del lavoro. E ci trascinò a quelle vittorie indimenticabili, trovando anche una squadra disposta a seguirlo, con fame di vincere. E con un allenatore, io, che per 4 anni visse recluso e isolato in hotel, e mangiava in due ristoranti al massimo, spesso coi camerieri, per non essere influenzato dalle passioni della città. Andò bene, direi. Anche perché c’era il mio Diego”.