Perché un centinaio di Bcc è contro il gruppo unico?

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Dopo diversi mesi di infruttuose trattative intese a trovare un accordo che potesse scongiurare la nascita di nuovi soggetti aggregatori a capo delle banche cooperative, al convegno “Riforme e territori” svoltosi al Centro congressi di Verona-Fiere, Cassa Centrale Banca il 13 ottobre scorso si è candidata (in aggiunta a ICCREA) a seconda capogruppo delle Bcc italiane. L’annuncio ai circa ottocento presenti è stato dato sia da Giorgio Fracalossi e sia da Mario Sartori, rispettivamente presidente e direttore generale di Ccb. Non è stata una novità assoluta e né tanto meno c’è stata sorpresa nel comunicato, piuttosto si è trattato di una conferma alle voci che già da qualche tempo circolavano con una certa insistenza negli ambienti del credito cooperativo.  E difatti nel marzo scorso, subito dopo l’approvazione della riforma delle Bcc, alcuni istituti ribelli autodefinitesi virtuosi e caldeggiati da Cassa centrale banca, manifestavano più o meno apertamente il loro dissenso ad aderire a quell’unico gruppo romano espressione di Federcasse. C’è da dire che la condizione per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo, è subordinata alla necessità di aderire a un Gruppo Bancario che sia capeggiato da una banca di secondo livello e possieda almeno un miliardo di euro di capitale. Ccb è un istituto con la forma giuridica di spa che agisce come banca di secondo livello fornitrice di servizi, è privo però del requisito del capitale che ammonta, almeno per ora, a soli 234 milioni di euro. Sartori, comunque nella sua relazione rassicura gli intervenuti in rappresentanza di 170 Banche cooperative che Cassa centrale: con l’aumento di capitale derivante dall’adesione di 89 Bcc, un incremento della quota partecipativa del socio tedesco Dz Bank, con la valorizzazione delle partecipazioni in portafoglio e attraverso un rastrellamento sul mercato di 200 milioni, arriverebbe nel 2017 a possedere 1,384 miliardi di euro. Entro fine ottobre prossimo ci sarà la conta ufficiale con l’invio della pre-adesione da parte di ogni singola Bcc alla capogruppo prescelta e solo allora si potrà sapere con un margine attendibile di certezza se nascerà un nuovo gruppo cooperativo concorrente a ICCREA. Gli addetti ai lavori danno per sicuro il duopolio, ma comunque vada sarà un’imposizione dall’alto ad aderire senza nessuna spinta progettuale che, partendo dalla base, porti a una crescita dimensionale dettata da esigenze di mercato, di  concorrenza o di economia di scala. È stata varata una riforma perfettamente rispondente alle richieste delle autorità centrali, partorita (mi hanno suggerito blindata) da un unico gruppo pretendente che l’ha pensata tutta per sé e fino all’ultimo si è battuto prepotentemente per avere l’investitura esclusiva. Alla fine è pur vero che la riforma approvata consente di avere anche più soggetti aggregatori, ma l’intreccio delle limitazioni, con in primo piano l’elevato requisito minimo di capitale, di fatto, hanno spianato la strada a Iccrea e “inibito la possibilità” potenzialmente “espressa dal mercato, di costituire più gruppi”. Una soglia di capitale più bassa avrebbe consentito fusioni e incorporazioni concordate in base a delle precise scelte strategiche e la crescita dimensionale sarebbe arrivata successivamente e gradualmente, in sintonia con gli obiettivi da raggiungere. Gruppi di dimensioni più contenuti avrebbero anche reso più attraente agli investitori l’ingresso in un’azienda, definibile “children”, con grandi potenzialità di sviluppo per quote di mercato tutte da conquistare. E, tra l’altro, l’auspicata apertura ai capitali esterni non è certo incentivata presentandosi come gruppo accentrato, chiuso nel controllo e restio ad accogliere nuove figure al vertice del potere decisionale.

Nemmeno la “grandezza” del gruppo sembra rappresentare una maggiore garanzia per la tutela del risparmio, tant’è che due grandi banche europee, Monte dei Paschi e Deutsche Bank, non sono al momento assolutamente gli istituti più sicuri ai quali affidare le proprie disponibilità monetarie. A garanzia della solvibilità delle banche converrebbe, semmai, commisurare adeguatamente gli obblighi di accantonamento di capitale ai prestiti concessi.

Così pure, della riforma approvata, le società del gruppo temono l’influenza della capogruppo sulla loro “governance” e, quand’anche inversamente dipendente dal grado di esposizione al rischio, sono altresì seriamente preoccupate da quanto possa essere discrezionale l’autonomia operativa concessa dalla capogruppo alle associate.

Alle banche “virtuose” pesa, però, più di tutto rischiare parte del proprio capitale (la riforma prevede che debba essere obbligatoriamente, non ceduto, ma messo a disposizione come garanzia sul patrimonio del gruppo bancario cooperativo) per sanare eventuali situazioni debitorie pregresse e magari appartenenti a quelle stesse banche i cui vertici adesso si propongono a capo del costituendo gruppo.

Insomma, per un terzo delle Bcc italiane, una seconda capogruppo sarebbe una speranza e un’opportunità che garantirebbe della benefica concorrenza, due progetti di offerta tra i quali scegliere e una duplice visione strategica per modernizzare, valorizzare e far crescere il credito cooperativo. E poco importa se, come sostiene il presidente di Federcasse, “due gruppi sono una duplicazione di costi e disorientano management e basi sociali” tanto, saranno mercato, utenti ed eventi a promuovere l’offerta del nuovo modello di banca cooperativa.