Quale futuro per il credito cooperativo dopo la riforma?

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Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse, apre il suo intervento alla Tavola Rotonda: “L’autoriforma delle Banche di Credito Cooperativo”, organizzata dall’Università Luiss G. Carli di Roma e dalla Fondazione G. Capriglione Onlus il 3 febbraio scorso, con una premessa che lascia trasparire percettibile disappunto. Gatti, evidentemente contrariato da talune riflessioni dominanti e persistenti emerse dai contributi letti dai relatori che lo hanno preceduto, lamenta una sorta di incoerenza negli interventi e nelle relazioni che, a suo dire, avrebbero eluso il progetto di autoriforma elaborato da Federcasse e incentrato la discussione su questioni marginali, non “qualificanti”, né tanto meno giovevoli a definire la riforma nell’imminente confronto parlamentare.
Invero, in tutte le relazioni presentate al dibattito, vengono più volte citati – sottoponendoli ad attenta valutazione – i dieci punti dell’autoriforma di Federcasse e, quindi, l’ipotesi più realistica del disappunto di Gatti, è il mancato allineamento dei relatori a degli elementi essenziali (punti) tanto cari all’Associazione delle Bcc. E in effetti, il prof. Capriglione, già nella premessa lascia intendere che gli sviluppi e i contenuti del dibattito non saranno una celebrazione dell’autoriforma elaborata da Federcasse.
Così come alla fine, nell’intervento conclusivo, ancora il prof. Capriglione trovando ingiustificata e infondata l’accusa, rivolta da Gatti ai relatori, di non aver tenuto in debito conto il “progetto di riforma” elaborato dall’ente cooperativo, obietta che dagli interventi semplicemente “non se ne condivide l’essenza” e poco importa se “l’approccio non certo assertivo” suona come “indebita intrusione sull’argomento”. Quel che importa è che i relatori“offrano un contributo alla difficile opera di conciliazione tra interessi talora divergenti, previa individuazione di correttivi in grado di superare possibili incertezze del legislatore, talora riconducibili a input provenienti da consolidate posizioni di potere orientate prevalentemente all’autoconservazione”.
Nel frattempo sono trascorse sei settimane, la riforma è stata pubblicata sulla G.U. e, com’era del resto prevedibile, il testo del D.L. ha accolto tanto del progetto dell’autoriforma di Federcasse, ma ha previsto anche più gruppi aggregatori pur con delle fortissime limitazioni legate alla consistenza delle riserve.
Finale tipo “e intermediarono tutti felici e contenti”? Proprio no, piccole banche “virtuose” insorgono perché si sentono fortemente penalizzate nella scelta del proprio futuro, ignorate come realtà periferiche e addirittura derubate dei frutti del virtuosismo (le riserve indivisibili).
Per queste banche finora dimensionate al territorio, sensibili allo sviluppo imprenditoriale locale e fortemente esposte ai rischi dell’intermediazione, la riforma approvata prevede tre sole alternative: aderire a Federcasse, dotarsi di 200 milioni di capitale in riserve o deliberare la propria liquidazione.
Ma, per le banche che ancora vogliono occuparsi di credito cooperativo, l’alternativa resterebbe una sola: aderire a Federcasse e continuare l’attività di intermediazione mantenendo la licenza bancaria e la propria indipendenza giuridico-economica con un grado di autonomia commisurato alla propria virtuosità. Qualora, potendo dotarsi degli almeno 200 milioni di riserve, un istituto decidesse per la way out, diventerebbe una spa. Questo meccanismo di uscita autorizzata trasformerebbe delle riserve indisponibili (pur ridotte del 20% per imposte) in patrimonio privato a disposizione degli azionisti della costituenda spa sorta dalle ceneri mutualistiche. Il “profit oriented” prenderebbe il sopravvento sulle finalità mutualistiche e localistiche e gradualmente, ma inesorabilmente, del credito mutualistico, nel giro di pochi anni se ne parlerebbe soltanto nei libri di storia.
Peraltro, la stessa Federcasse, qualora aggregasse tutte, o buona parte delle 371 banche cooperative, diventerebbe il terzo polo bancario italiano e non potrebbe probabilmente sottrarsi alla logica del mercato, del profitto e della solidità. Scartando la possibilità di trasferire gli utili e il reddito da partecipazione azionaria, il prof. Sepe nel suo intervento al dibattito sopra menzionato, immagina “che le Bcc contribuiranno al bilancio della capogruppo per i servizi dalla stessa prestati”. E, nel caso la capogruppo “non abbia fonti di reddito convincenti, non avrà appeal sufficiente per rivolgersi al mercato dei capitali a fine di patrimonializzazione”.
Non di poco rilievo sarà anche l’influenza della capogruppo sulla governance della banca cooperativa. Il potere di nomina o revoca degli amministratori eventualmente attribuito alla capogruppo, di certo andrà a modificare profondamente i caratteri propri e naturali del modello cooperativo.
Alla fine se la way out, obbligando le banche cooperative a trasformarsi in spa le stravolge, l’adesione al gruppo unico, quanto meno le snatura.
E così, un passo della relazione presentata dalla prof.ssa Pellegrini al convegno tenutosi alla Luiss potrebbe presagire il futuro del credito cooperativo: “Per converso, a ben considerare ci si accorge che il progetto presentato da Federcasse, in gran parte accolto (secondo le informazioni dei mass media) nell’emanando D.L., rischia di trasformare la categoria in esame al punto tale da mortificarne l’essenza e quindi, col tempo, potrebbe condurre alla sua scomparsa”.