Quando governi non sei di sinistra

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Un governo di sinistra quanto è in grado di migliorare il liberismo? Meno di niente, piuttosto ne rafforza le anomalie facendone sentire addirittura la mancanza dopo una o più legislature di assenza. La sinistra al governo è una pausa della politica liberista che, a corto di episodi di dominio e di consenso, si riposa per poi rigenerarsi con la condanna feroce dell’altrui operato legislativo e la fruttuosa promessa di un’attività di governo completamente divergente dalla compagine avversa.
Ecco, quindi, che anche qualche seppur minima conquista, di miglioramento salariale o condizioni lavorative, ottenuta con un governo di sinistra, viene prima o poi sconfessata da provvedimenti legislativi che ne sopprimono i progressi.
Ma si va anche oltre in caso di recessione o bassa crescita. Con motivazioni di solito legate alla quadratura dei conti di bilancio, le manovre economiche susseguenti a una legislatura di sinistra tendono a riportare la remunerazione del lavoro e il potere di acquisto delle famiglie a livelli precedenti: quanto più possibile bassi e magari senza qualche storica tutela o importante diritto per il lavoratore. Blocco salariale, articolo 18 e legge Fornero ne sono esempi recenti.
Che cosa ha contribuito maggiormente a generare un debito pubblico enorme in Italia? L’aumento delle pensioni, il rialzo dei salari, la crescita dei servizi offerti gratuitamente ai cittadini o la malapolitica, le tangenti e la corruzione? Personalmente propendo per il secondo gruppo di motivazioni, ma ha poca importanza conoscerne le cause tanto le conseguenze graveranno comunque e unicamente sulle fasce sociali più deboli. E così in Grecia, una forza politica di sinistra che vince le elezioni con la promessa di risolvere la crisi garantendo i diritti acquisiti dei cittadini e bandendo l’austerity, è costretta ad accrescere il prelievo fiscale, a elevare drasticamente l’età pensionabile, a imporre un tetto ai salari dei dipendenti pubblici e, avvilita, a ricorrere alle urne sperando di tornare all’opposizione dopo un semestre o poco più di governo. E pensare che Alexis Tsipras in un discorso del 2013 sosteneva che “Se i socialdemocratici avessero raccolto l’eredità di statisti come Bruno Kreisky, Willy Brandt o Olof Palme, l’Europa non si sarebbe trasformata nel deserto neoliberale che è diventata oggi”. Una convinta svolta o un forzato ripensamento?
L’avevano capito bene molti leader del Pci che in campagna elettorale diventavano autolesionisti a spaventare moderati e sostenitori della proprietà privata sbandierando, nei salotti televisivi e senza nemmeno velarlo troppo, lo spettro del collettivismo. “Giocavano a perdere”, perché sapevano che a governare non avrebbero potuto essere di sinistra.
Eppure nei paesi del Nord Europa, la socialdemocrazia ha avuto un ruolo fondamentale nell’innalzamento della qualità della vita. Il modello di “welfare state” svedese, considerato tra i più avanzati nel mondo, ha garantito, nel suo periodo migliore, un elevato livello di protezione sociale e una distribuzione del reddito tra le più eque e solidali. Per diverso tempo i governi socialdemocratici svedesi hanno addirittura perseguito l’obiettivo della piena occupazione e, con una tassazione sui redditi elevata, offerto alla cittadinanza servizi estesi e pienamente soddisfacenti. Ma, già da Olof Palme, gradualmente, i socialdemocratici svedesi hanno applicato politiche sempre più liberiste. Manovre di austerità, privatizzazioni, riduzioni del prelievo fiscale e finanziamenti alle scuole private, sono inequivocabilmente scelte liberiste che hanno fatto crescere la disoccupazione, aumentare le disuguaglianze e messo in crisi lo stato sociale. L’Italia non ha mai raggiunto livelli di benessere paragonabili allo stato scandinavo, non ha avuto leader con fare socialdemocratico e le poche conquiste per le classi più deboli sono maturate, di fatto, all’interno degli stessi partiti liberisti. E ora che c’è Renzi? Si respira, come d’altronde nella stessa Svezia e nel resto dell’Europa, pochissima socialdemocrazia e si approvano provvedimenti legislativi tesi a sopprimere o ridimensionare conquiste ottenute in passato dalle persone che vivono di lavoro dipendente. Ciò nonostante le scelte di Renzi riscuotono ampia popolarità e consensi anche da elettori che si considerano di sinistra. Inoltre, tale azione riformatrice è considerata necessaria dalla Troika per superare la crisi economica e favorire crescita e occupazione. Sembrerebbe che delle misure a svantaggio di operai, impiegati e altri occupati di fascia medio/bassa debbano essere obbligatoriamente adottate altrimenti per queste categorie di lavoratori si prospetterebbero disagi ben più gravi. E in effetti è proprio così. In un sistema liberista il motore dell’economia sono le imprese. Se esse godono di buona salute e producono reddito, assumono e sono anche disposte a cedere una parte dei profitti conseguiti ai propri dipendenti. In caso di scarsi profitti o di perdite, le imprese chiudono, licenziano, delocalizzano e privano la classe lavoratrice dei mezzi di sostentamento. Al centro di un sistema liberista ci sono imprese e imprenditori e da loro dipende il livello di benessere non solo della forza lavoro, ma di tutte le categorie sociali di una nazione. Purtroppo occorre anche ricordare che le imprese, per conseguire un risultato economico positivo ed essere competitive nelle vendite, devono ridurre i costi, in primis quelli del lavoro e, pertanto, premono per ottenere dai governi sgravi fiscali, flessibilità nell’impiego delle risorse umane e basse retribuzioni per i dipendenti. Per dirla in breve, in un periodo di crisi economica un governo, sia esso di destra o di sinistra, opera, in un sistema liberista, scelte comunque liberiste, pena il default. Quando l’economia tira e un Paese è in crescita, per i governi, indipendentemente dal colore, è facile essere un po’ socialdemocratici approvando leggi che tutelano i lavoratori e magari ne migliorano le loro entrate reddituali. In un sistema liberista non esistono governi socialdemocratici; ci sono solo periodi socialdemocratici e il benessere economico di un Paese è proporzionale alla durata dei periodi.