Roma, il diesse Monchi: “In corsa per lo scudetto. L’acquisto di Schick? Vi spiego”

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Monchi, Fonte: Vimeo
Monchi, Fonte: Vimeo

ROMA. Il direttore sportivo giallorosso Monchi ha rilasciato una lunga intervista apparsa questa mattina sul quotidiano “La Gazzetta dello Sport“. Ecco le sue parole.

Sull’essere “Monchi”
Avere un rapporto stretto con lo spogliatoio, per esempio. Io sono un d.s. che ama star vicino a giocatori e tecnico, il contatto aiuta a conoscere le persone. È fondamentale, perché spesso il fallimento di un calciatore è legato alla tristezza o all’insoddisfazione. Se non gli stai vicino non te ne accorgi. Sto tanto nello spogliatoio, non per fare la spia ma perché mi piace. Faccio colazione, vado sul pullman, ceno con la squadra.

Ho capito che stavo facendo qualcosa di inusuale quando mi sono messo in tuta: mi hanno guardato pensando, “Ma questo che fa?”. Lo stesso vale per Di Francesco: entro continuamente nel suo ufficio, non è che ci diamo appuntamento per parlare. Per me questo aspetto non era negoziabile, se non faccio così non sono Monchi. Così sento di essere parte della squadra».

Sul rapporto con Totti
«Con lui ho un rapporto che all’inizio non avrei mai immaginato potesse essere così stretto, soprattutto considerando che non sono venuto a regalargli una macchina ma a dirgli “arrivederci e grazie”. Poteva succedere di tutto, è andata benissimo. E ha fatto più lui di me. Dall’1 al 10 alla nostra relazione do un 11. Ho trovato una persona vicina, affettuosa. Dopo 27 anni sulla stessa strada non è facile cambiarla. Il club è stato intelligente nel dargli spazio e tempo necessari. Totti poteva impuntarsi, invece ha capito e accettato».

Sul bilancio dei primi 6 mesi
«Sapevamo che sarebbe stato un anno particolare. Sapevo già dal primo giorno che Spalletti, che ha fatto un gran lavoro, sarebbe andato via. Poi sono partiti giocatori come Salah, Rüdiger e Paredes e si è chiusa la carriera del giocatore più importante della storia. Insomma, tanta gente nuova, compreso un d.s. non italiano.

La prospettiva era complicata, ora possiamo essere molto contenti. Però bisogna essere ambiziosi e pretendere di più. Bisogna trovare la stabilità interna, economica e sportiva, per non dover vendere giocatori, e quella esterna: aspirare a essere una squadra d’élite con continuità, in Italia e in Europa.

Diciamo che l’Atletico Madrid è un bello specchio. Può essere che si debba continuare a vendere giocatori, ma senza aver paura: come mi è successo a Siviglia le vendite, se ci saranno, dovranno essere fatte per consolidare la posizione, non per minarla. I tifosi ci devono seguire, ma lo faranno solo se otterremo dei risultati: non vanno allo stadio per applaudire un bilancio. Se chiudo con un attivo di 45 milioni ma non ho vinto nulla, il tifoso non è contento. E io sono qui per vincere, non voglio vendere fumo».

Sullo scudetto
«Se non gli dai la carota l’asino non si muove. Perché non si può parlare di scudetto? Non siamo i favoriti, ma abbiamo il dovere di provarci. Siamo partiti in svantaggio ma pian piano stiamo arrivando al livello di Napoli, Juve e Inter. Siamo in costruzione, ma alla fine dell’opera l’edificio sarà bello».
Sull’entusiasmo generato dalla Roma
«Qui si deve scoprire l’esistenza del grigio. Non è possibile che dopo una vittoria il campionato sia già vinto e che dopo la sconfitta col Napoli si sia da quarto posto. È impossibile opporre barriere all’entusiasmo della gente, però dobbiamo essere capaci di rallentare, essere eccessivamente umorali non fa bene. Va trovato il grigio».

Sulla fatica ad imporsi degli acquisti, eccetto Kolarov
«I bilanci si fanno alla fine. Se lo avessimo fatto dopo i primi 6 o 12 mesi di Dani Alves al Siviglia mi avrebbero buttato nel Guadalquivir. Noi abbiamo preso 8 giocatori: sono contento al 100%? No. Ho fiducia? Sì. L’idea con Di Francesco era quella di rafforzare la rosa, offrirgli delle alternative che magari non aveva. Gli 11 titolari della Roma sono tutti nazionali, non è facile trovar di meglio. Però si può migliorare la concorrenza. Siamo la seconda squadra per rotazioni, e siamo in un’ottima posizione di classifica in Italia e in Europa».
Sull’acquisto di Schick
«Volevamo un esterno mancino per sostituire Salah. Abbiamo puntato tutto su Mahrez, che non è venuto perché non lo volevano vendere. Non era una scusa mia, hanno detto no anche al Barcellona. Saltato Mahrez ci siamo detti: “Meglio prendere un esterno mancino a qualsiasi costo, anche se non siamo convinti e abbiamo soluzioni interne, o provare a prendere Schick che non è il profilo esatto che cerchiamo ma è un investimento per il club?”. Rinunciare a Schick per mere questioni tattiche sarebbe stato un errore. Un d.s. deve essere a metà tra tecnico e club».
Su un ritorno su Marhez a Gennaio
«A gennaio non faremo niente. I nostri acquisti devono essere i miglioramenti di Defrel e Under, l’arrivo di Schick, il ritorno di Emerson».
Sui molteplici infortuni?
«Abbiamo un problema ma non dobbiamo aver paura di dirlo, piuttosto dobbiamo trovare una strada per migliorare le cose. Qui abbiamo grandi professionisti e la soluzione non è cambiare le persone, che spesso è la prima tentazione, quanto variare alcuni dettagli. Possiamo spostare l’orario della colazione, ma non dobbiamo cambiare i camerieri».
Sul giocatore, non della Roma, più decisivo della Serie A
«Dybala, il giocatore più decisivo che c’è in Serie A».