“Sette minuti dopo la mezzanotte”: la paura di essere sinceri

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Fonte foo screen da youtube

Il regista Joan Antonia Bayona ha messo in scena l’omonimo romanzo di Patrick Ness, vincitore nel 2012 del premio come miglior libro per bambini.

Connor è un bambino introverso, che vive nel mondo che la madre malata di cancro terminale gli mostra. A scuola viene bullizzato e a casa si occupa delle faccende come se fosse un uomo adulto. Connor però è un giovane ragazzo di otto anni che cela in se l’animo di un vecchio e saggio uomo.

Il mostro che fa visita a Connor non è altro che la personificazione della verità cruda, quella verità che il bambino ammetterà solo alla fine della sua storia. l’infelicità del ragazzo è così tangibile che possiamo catturarla attraverso il suo sguardo, attraverso i gesti che continua a ripetere senza che abbiano senso.

La verità di Connor diventa così un po’ la verità di tutti. E’ la solitudine che spinge il bambino a trovare una verità spesso agognata ma mai vissuta, si sente solo in un modo che gli grida di esserlo, si sente non amato dalle stesse persone che invece gli hanno dato amore, vita e protezione.

Il genio letterario mette così a nudo il sentimento più comune all’uomo: la paura. E lo fa in un modo così intenso e facilitato, da poter essere letto dai giovani senza alcuna fatica. Scegliere di usare un albero secolare, come “mostro” e specchio della verità è determinante per la storia che siamo portati ad interpretare. Connor è un bambino solo e quell’albero è la sua unica speranza di verità, dite che è poco? E’ tutto!

“Questa non è la verità non lo è Connor, desideravi solo la fine del dolore. E’ il desiderio più umano che ci sia!”