Totti: “Un incubo l’ultimo anno da giocatore. Spalletti cercava il litigio“

L'ex capitano della Roma torna a parlare di quanto accaduto sul finire della carriera da calciatore

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Francesco Totti, fonte By Антон Зайцев - soccer.ru, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66114399
Francesco Totti, fonte By Антон Зайцев - soccer.ru, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=66114399

Francesco Totti torna a parlare ai microfoni di Vanity Fair in un’intervista che traccia i momenti salienti della carriera da calciatore, compreso l’ultimo anno tormentato sotto la gestione Spalletti. Ecco un estratto delle dichiarazioni:

Qual era la tua ambizione? “Essere come Peppe Giannini, il capitano della Roma della mia giovinezza. Lo identificavo come il principe di Roma, il numero 10 per eccellenza. Quando mi convocarono in prima squadra chiesi se era possibile dividere la stanza con Peppe. Me lo concessero. Era un sogno ad occhi aperti. Lì, nel letto accanto al mio dormiva la persona di cui avevo il poster in camera. Mi faceva effetto”.

Di te si diceva che decidessi formazioni, allenatori, acquisti: “Tutte cazzate. Non c’è un solo compagno o allenatore tra i tantissimi che ho conosciuto che possa dirmi in faccia: “Hai deciso, hai chiesto, hai preteso”. Camminerò sempre a testa alta perché mi sono allenato sul campo e non ho mai detto “fai giocare questo o fai giocare quello”. Non ho mai chiesto niente, a parte di poter vincere. È vero, volevo. Volevo giocatori forti come Buffon, Thuram e Cannavaro perché non avevo nessuna voglia di fare il bamboccio mentre gli altri festeggiavano. Qual è la colpa? Dov’è? “.

Sul rapporto con Spalletti: “Voglio fare una premessa: l’allenatore sceglie chi mettere in campo in assoluta autonomia. È giustamente padrone delle decisioni e io non mi sono mai permesso di metterle in discussione né di contestarle. Poi c’è un discorso di umanità e lì le cose cambiano. Più mi impegnavo, più lui cercava la rottura, la provocazione, il litigio o il pretesto. Capii in fretta che in quelle condizioni proseguire sarebbe stato impossibile. Così, per la prima volta in 25 anni di Roma, tra gennaio e febbraio, mollai”.

I compagni le erano vicini? “Alcuni sì e altri no. Temevano la reazione del mister, che potesse dire: “Voi state con lui”. È triste? È brutto? Purtroppo è umano e i rapporti fraterni nel calcio sono ben pochi. Quell’ultimo anno comunque fu un incubo. Mi vedevo superare da giocatori che magari non si allenavano per tutta la settimana e poi la domenica erano in campo. In quei giorni iniziai a ripensare a come si comportava agli inizi, quando ero il capitano, il simbolo, il giocatore indiscusso. E capire che mi stavano dicendo: “Hai quarant’anni, fatti da parte, non rompere i coglioni”, mi fece male”.