Turchia, la censura continua. Ora è il turno di Zaman

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Le proteste contro la censura del quotidiano turco Zaman
Le proteste contro la censura del quotidiano turco Zaman

Sembra di essere in un film ambientato più o meno un secolo fa, invece siamo in Turchia nel 2016. Terrore e censura per i giornalisti che lavorano qui sono il pane quotidiano.  Dopo il giornale d’opposizione Cumhuriyet e Hurriyet, adesso è la volta dello Zaman e dei suoi 650mila lettori. La tecnica non è sempre la stessa: al Cumhuriyet il caporedattore è finito in carcere per tre mesi, l’Hurriyet è stato attaccato da uomini armati e allo Zaman un tribunale locale ha posto sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale  per i suoi legami con il magnate e imam Fethullah Gulen, ex alleato poi diventato nemico giurato del presidente Recep Tayyip Erdogan. L’obiettivo, però, è lo stesso: un’unica voce quella di propaganda.

«Il service del giornale è disattivato, hanno tagliato l’accesso a Internet, bloccato le macchine di stampa. Hanno licenziato il nostro direttore, Abdulhamit Bilici e il nostro editorialista di punta, Bulent Kenes. Quasi certamente lunedì licenzieranno altri. Forse anche me». Abdullah Bozkurt, capo della redazione di Ankara di Today’s Zaman parla al cellulare dal suo ufficio. “Ci aspettiamo il peggio”, dice Abdullah, come se il peggio non fosse già successo. E effettivamente questo è solo l’inizio: da lunedì a mandare in edicola il giornale non sarà Abdullah ma «squadra di gente sua», del governo si intende. Il capo della redazione però ha fiducia nei suoi lettori, «sono leali e consapevoli». Questa fiducia però è un arma a doppio taglio: il governo lo sa che «le vendite crolleranno – sotiene Abdullah – e che il gruppo Feza, la nostra azienda, farà bancarotta. E forse era questo l’obiettivo del governo. Far fallire l’ennesima voce critica senza doverla ufficialmente chiudere».

A innescare la bomba sono state le critiche di Zaman riguardo al referendum costituzionale. Critiche scomode e quindi problematiche. A difendere il quotidiano sono intervenuti in tanti, dal presidente della Casa Bianca al presidente del Parlamento europeo. Ma non è ancora abbastanza: «Si stanno alzando poche voci – sottolinea Abdullah -. Pur di risolvere la questione dei rifugiati, l’Europa è pronta a sacrificare i valori democratici della Turchia». Abdullah ha il terrore di poter finire in carcere insieme ai suoi 30 colleghi che lo hanno già preceduto. Nonostante ciò, ha la forza di non arrendersi: «Ma io continuerò a parlare. E con me tanta gente. Questo è un paese di gente onesta, anche se ci rendono la vita sempre più dura».