Turchia, questione umanitaria. Il segretario di stato americano Jhon Kerry minaccia di espellere il paese dalla Nato.

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«La Turchia deve rispettare la democrazia, per questo la Nato controllerà da vicino quanto sta accadendo nel paese», sono le parole con le quali il segretario di Stato americano John Kerry minaccia di espellere Ankara dalla Nato. Una minaccia arrivata a seguito della rappresaglia intrapresa dal governo turco per punire i golpisti che hanno mancato il colpo di Stato del 15 luglio. Le immagini dei colpevoli ammanettati seminudi in una palestra militare hanno fatto il giro del mondo, gettando una lunga ombra sulla natura democratica della Turchia. La rapidità e la precisione della reazione lascia pensare che gli obiettivi della rappresaglia fossero già tenuti precedentemente sotto controllo dal governo. «Il presidente si è salvato perché aveva già smantellato gran parte della rete del suo rivale Fethullah Gülen. Ma oggi le Forze armate sono allo sbando e così la credibilità di Ankara» si legge sul New York Times.

Intanto Amnesty International lancia la petizione Rights hard-won cannot be taken away”, che chiede al presidente Erdogan il rispetto dei diritti umani. Ecco il resoconto della situazione turca redatto dagli osservatori di Amnesty al 28 Luglio:

“All’inizio della seconda settimana di stato d’emergenza, la repressione contro la società civile e gli organi d’informazione della Turchia ha raggiunto un livello senza precedenti. Ecco un aggiornamento sui numeri della repressione: secondo il governo, durante il fallito colpo di stato sono state uccise almeno 208 persone e ne sono state ferite oltre 1400In seguito, sono state arrestate oltre 15.000 personeOltre 45.000 persone sono state sospese o rimosse dall’incarico, tra le quali giudici, procuratori, funzionari di polizia e docenti universitari. Alla data del 28 luglio erano stati spiccati almeno 89 mandati di cattura nei confronti di giornalisti e, alla data del 26 luglio, oltre 40 giornalisti erano agli arresti. A decine di giornalisti è stato ritirato l’accredito-stampa. Nei giorni successivi al fallito colpo di stato sono stati bloccati 20 siti Internet e chiusi 131 organi d’informazione tra cui 3 agenzie di stampa, 16 canali televisivi, 23 stazioni radio, 45 quotidiani, 15 periodici e 29 case editrici. Oltre 1000 scuole private sono state chiuse e 138.000 alunni dovranno trasferirsi nelle scuole di stato. I detenuti in custodia di polizia a Istanbul e Ankara sono costretti a rimanere fino a 48 ore in posizioni che provocano dolore fisico. Inoltre, sono privati di cibo, acqua e cure mediche, insultati e minacciati e, in diversi casi, sottoposti a brutali pestaggi e a torture, tra cui lo stupro.”

Il presidente Erdogan ha annunciato che il governo imporrà uno stato di emergenza per almeno tre mesi.

Sulla scia della violenza relativa al tentato colpo di stato, l’adozione di misure che danno priorità alla sicurezza pubblica è comprensibile. Ma le misure di emergenza devono rispettare gli obblighi della Turchia secondo il diritto internazionale, non gettare via libertà e tutele sui diritti umani ottenute con difficoltà, e non devono diventare permanenti“, ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International. Il diritto internazionale, infatti, specifica che le misure di emergenza devono essere attentamente monitorate, temporanee e impiegate con giudizio. Ma ad aggravare la situazione, il vice primo ministro turco ha annunciato che per tutta la durata dello stato di emergenza il governo sospenderà la Convenzione europea dei diritti umani.

Intanto la Federazione europea EFJe la Federazione internazionale dei giornalisti IFJ hanno promosso una campagna di solidarietà a sostegno dei colleghi turchi finiti nel mirino del presidente. Il segretario generale della Federazione europea, Ricardo Gutiérrez, ha invitato i sindacati nazionali ad aderire alla mobilitazione inviando una lettera agli ambasciatori turchi, firmando e condividendo la petizione di Amnesty International e rilanciando sui social media la campagna “Lo sapevi? Il giornalismo non è un crimine”. Il presidente della IFJ, Philippe Leruth rilancia: «L’Unione europea deve prendere una posizione e fare pressione sul presidente Erdogan, responsabile della violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo e del bavaglio imposto all’informazione. I giornalisti di tutto il mondo sono molto preoccupati per l’escalation di attacchi contro la stampa in un Paese che si definisce democratico».

Nel frattempo il presidente turco si lamenta dell’Occidente ai microfoni di RaiNews24«In Turchia è in corso un golpe contro la democrazia, che ha fatto 238 martiri, e finora purtroppo non è venuto nessuno in visita, né dell’Unione europea né del Consiglio europeo». E parlando ad Ankara, è tornato ad attaccare anche gli Usa: «Paesi che consideriamo amici si stanno schierando dalla parte dei golpisti e dei terroristi: come possono essere un “partner strategico” se ospitano Gulen? Tanto più che il colpo di stato fallito non è stato pianificato all’interno della Turchia, ma orchestrato dall’estero ».

Testo della petizione di Amnesty International.

“Egregio Presidente,

Esprimo profonda preoccupazione per i diritti umani e la libertà delle persone in Turchia dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016.

Le chiedo di rispettare i diritti umani durante le indagini e di rilasciare le persone quando non ci sono prove di alcun crimine così come di assicurare processi equi.

Le ricordo che il divieto di tortura è assoluto e non deve essere mai minato o sospeso. Viste le numerose denunce di tortura, organi indipendenti di controllo devono avere accesso a tutti i centri di detenzione formali e informali. Tutte le persone detenute devono avere accesso ad avvocati e familiari.

Lo stato di emergenza non deve essere usato come una scusa per reprimere coloro che esprimono dissenso in modo pacifico o per condurre epurazioni nella società civile, i media, la magistratura, le scuole e università, e altri settori.

La censura dei media, solo per aver criticato le politiche del governo, è illegale, anche in uno stato di emergenza.

Le chiedo inoltre di rispettare il diritto al lavoro e assicurare che sospensioni e licenziamenti avvengano solo in seguito a procedimenti giudiziari equi e trasparenti.

La ringrazio per l’attenzione.”

In Italia si può firmare l’appello all’indirizzo:

http://appelli.amnesty.it/turchia-non-calpestare-diritti/