Ultimo: parla di Mahmood e ammette perché non si è scusato con i giornalisti

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Ultimo fonte: flickr

In una recente intervista a Vanity Fair, Ultimo è tornato a parlare del Festival di Sanremo.
Il cantante è finito nel mirino delle polemiche durante la finale kermesse. Arrivato al primo posto con il televoto, l’artista romano si è ritrovato secondo dopo il voto della giuria d’onore che ha consegnato il premio a Mahmood.
Durante la conferenza stampa, è esplosa un’accesa discussione tra il cantautore e i vari giornalisti lì presenti.

Tramite l’intervista, Ultimo spiega le ragioni che l’hanno portato a non chiedere scusa.
Dopo le sue esternazioni, sono state tante le critiche mosse nei suoi confronti. “Mi hanno dato del coatto, fascista, omofobo, ma la verità è che non sono niente di tutto questo.” afferma l’artista a Vanity Fair.

Subito dopo parla dell’etichetta di rappresentante del “popolo contro l’élite”, datagli dopo la conferenza stampa: “Io di politica non ne so, e le generalizzazioni, come le strumentalizzazioni, mi amareggiano. Ho agito d’istinto, ed esprimersi d’istinto è pericoloso. Ma è il mio carattere: schietto, incontrollabile. Sto lavorando per migliorare.”

Infine, ha rivelato il motivo che l’ha spinto a non chiedere scusa. “Ho pensato che chiedendo scusa sarei tornato a far parlare di me ma non della mia musica.”

Riguardo a Mahmood, Ultimo ha affermato che tra di loro non ci sono stati problemi.

Sempre durante l’intervista a Vanity Fair, il cantautore racconta l’origine del suo nome d’arte.
“Successe in un bar di San Basilio, la borgata romana da cui vengo. Con un gruppo di amici ci eravamo chiamati Les Misérables, dal romanzo di Victor Hugo. Al singolare suonava brutto, “miserabile”, così è venuto da sé Ultimo: che ce l’ha con tutti, ma non ce l’ha con nessuno, perché in fondo ce l’ha solo con sé stesso. Per essere nato con la predisposizione a sentirmi colpito, un bersaglio incompreso. Avere creduto a insegnanti che già alle elementari mi davano del nullafacente: ‘È bravo ma non si applica’ dicevano a mia madre, ‘suo figlio è marcio dentro, farebbe meglio a trovargli qualcosa’ ripetevano, e la tela bianca che ero, intanto, si disegnava così, con questa ambizione di riscatto che non mi passerà mai.”