Unioni civili: per Alessandra e la sua sposa “una discriminazione”

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Alessandra Bernaroli, prima Alessandro
Alessandra Bernaroli, prima Alessandro

«Il ddl Cirinnà è un compromesso al ribasso, una discriminazione di Sato. Si stabilisce, per legge, che gli omosessuali non hanno diritto a un legame egualitario a quello degli eterosessuali». Con queste parole Alessandra Bernaroli – prima Alessandro – dichiara guerra al ddl Cirinnà. Per la 45enne bolognese è la terza battaglia in meno di 10 anni: la prima è stata diventare donna e la seconda preservare il matrimonio con la sua compagna, sfidando e vincendo la legge.
La storia di Alessandra inizia nel 2009, quando l’ufficio anagrafe di Bologna, dopo il suo cambio d’identità, decide di annullare d’ufficio il suo matrimonio. Ma Bernaroli e la sua sposa, nonostante i cambiamenti, vogliono rimanere insieme e così iniziano una lunga battaglia legale. Dopo sei anni la Corte di Cassazione sentenzia che le nozze non potranno essere cancellate finché non saranno riconosciute al livello giuridico le unioni civili. Una vittoria che, con l’approvazione del ddl Cirinnà appena raggiunta, potrebbe facilmente ribaltarsi in una sconfitta: «Dopo anni di battaglia ecco la beffa – dice Bernaroli – questo provvedimento al ribasso rischia di cancellare il mio matrimonio con un pugno di sangue».
Per tanti la legge sulle unioni civili vuol dire uguaglianza, per Alessandra è «una discriminazione per legge. Trasforma il mio matrimonio in un’unione registrata senza pari dignità». La storia di Alessandra arriva fino a Palazzo Chigi: ma «la risposta di Monica Cirinnà, – racconta Bernaroli – è stata un’alzata di spalle». Un’indifferenza che la coppia di spose vede anche nelle stesse associazioni Lgbt: «tutti sembrano accontentarsi di un compromesso sfacciatamente al ribasso». Alessandra ha deciso di non accettare nessun compromesso e di salvare il suo matrimonio in qualsiasi modo, anche a costo di tornare a chiamarsi Alessandro.