Finanziare chi produce reddito non provoca sofferenze

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Corrado Sforza Fogliani, Presidente di Assopopolari, in un recente suo intervento sostiene che i crediti deteriorati sono originatiin minima parte da valutazioni sbagliate dei banchieri e in gran parte sono frutto di una situazione economica che, nella sua gravità e durata, nessuno poteva prevedere e ha previsto”.

I crediti deteriorati sono dei prestiti concessi dalle banche, a famiglie e imprese, che manifestano “presunzioni fondate” o certezze di insolvenza.

In applicazione del regolamento UE n. 227/2015, la Banca d’Italia ha suddiviso tali crediti in sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate. Le sofferenze sono le esposizioni per cassa o fuori bilancio nei confronti di un soggetto incapace di soddisfare le proprie obbligazioni. Sono considerate inadempienze probabili (unlikely to pay) le esposizioni creditizie che a giudizio della banca saranno, per cause riconducibili a un settore di attività colpito da crisi o da confronti con analoghe situazioni debitorie già verificatesi, difficilmente esigibili per capitali e interessi.  Le esposizioni per cassa e fuori bilancio “scadute o sconfinanti da oltre 90 giorni con carattere continuativo”, rientrano nel terzo caso di crediti deteriorati.

Alle banche viene inoltre concessa la facoltà di accordare ai clienti in difficoltà finanziarie (forborne performing exposures) e ai debitori considerati in “stato di deterioramento” (non performing exposures with forbearance measures), delle variazioni – generalmente favorevoli al cliente – “alle originarie condizioni contrattuali della linea di credito”.

A fine 2015 (fonte ABI) le sofferenze bancarie lorde ammontavano a 200 miliardi di euro e l’82% di questi mancati rimborsi riguardavano prestiti concessi alle imprese e non restituiti. I due terzi delle insolvenze derivanti da finanziamenti concessi alle aziende erano di un ammontare superiore a mezzo milione di euro. A dire, quindi, che sono soprattutto le grandi imprese a essere insolventi. Come mai così tante aziende affermate ricorrono ai prestiti e non sono poi in grado di rimborsarli?

Le crisi economiche sono caratterizzate soprattutto dal calo dei consumi e dalla diminuzione della disponibilità di spesa delle famiglie. Le imprese risentono della fase di depressione e riducono la produzione adeguandola alla domanda ma, quasi  sempre, i costi fissi restano invariati e la diminuzione dei ricavi di vendita causa un aumento della dipendenza finanziaria con una conseguente necessità di ricorrere ai prestiti per far fronte alle difficoltà nella gestione.

Sono fermamente convinto che le banche, nel finanziare il credito alla produzione, debbano valutare principalmente la capacità dell’impresa di generare reddito e commisurare l’importo del finanziamento alle previsioni di risultato economico del soggetto richiedente. In questo caso parte degli utili derivanti dall’attività imprenditoriale verrebbe utilizzato per il rimborso del capitale di debito con relativi aggiunti interessi.

Naturalmente, così come giustamente afferma Fogliani, nel valutare la capacità reddituale dell’impresa, è ammessa una proporzionata percentuale di errori.

Nel caso che i prestiti vengano, però, accordati per coprire precedenti esposizioni debitorie e/o carenze di mezzi finanziari, senza che tali concessioni di credito producano convenienti profitti, le imprese non avranno utili, o non ne avranno a sufficienza, da destinare al rimborso delle passività.

Ed ecco perché, oltre cento miliardi di prestiti concessi a imprese che rientravano, già al momento della richiesta del finanziamento, nelle inadempienze probabili si sono confermate sofferenze. Era cautelativo prevederlo e, facendolo, i crediti deteriorati si sarebbero limitati alle fisiologiche stime errate di valutazione dei profitti. Naturalmente diverse aziende avrebbero chiuso l’attività per carenza di liquidità, ma gli effetti della crisi avrebbero colpito le sole imprese di produzione lasciando il settore del credito sano e pronto per incentivare la nascita di nuove competitive aziende. Quando si concede un prestito a delle imprese che si trovano in difficoltà causate da inadeguati volumi di vendite, il più delle volte, la somma erogata serve a coprire esposizioni debitorie e non a migliorare la produttività e incrementare ricavi e profitti aziendali. Conviene a tutti, disoccupati compresi, che le banche siano razionalmente drastiche e riversino i finanziamenti sulle aziende che prospettano sviluppo, crescita e profitti perché crescita e sviluppo producono occupazione e, di conseguenza, maggiore capacità di spesa delle famiglie e ancora incremento della produzione e delle vendite.  È quella spirale virtuosa che fa crescere l’economia di un paese con le banche che, adempiendo le funzioni principali, contribuiscono in modo determinante al progresso del territorio nel quale operano.

Non è compito degli istituti di credito concedere finanziamenti a scopi sociali o umanitari, l’assistenzialismo spetta ai governi e alle coscienze; le banche devono prosperare insieme e con i profitti delle imprese che hanno meritevolmente beneficiato dei prestiti.