giovedì, Aprile 18, 2024
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Esclusiva – Intervista a Ilaria Di Roberto, autrice di ‘Tutto ciò che sono’

Raccontarsi in un libro, dando un messaggio profondo, raccontare un tema delicato quanto moderno: la violenza sulle donne.

Lo ha fatto Ilaria Di Roberto, scrittrice e attivista, autrice del libro ‘Tutto ciò che sono’. L’abbiamo intervistata in esclusiva.

‘Tutto ciò che sono’, un libro che già dal titolo dice tutto. Come è nata l’idea di scriverlo?
Quando mi domandano la ragione per cui abbia scelto di intitolare il mio libro “Tutto ciò che sono” rispondo sempre che quest’opera – oltre ad essere la risultanza di un trascorso permeato da un numero indefinito di violenze – rappresenta realmente tutto ciò che è l’autrice. E lo fa a 360 gradi, senza alcuna inibizione, senza giustificarsi, senza domandare scusa o chiedere il permesso, senza sforzarsi di regalare delucidazioni in cambio di comprensione; sovente rasentando talvolta i limiti dell’autolesionismo e dell’ironia. Trattasi di un viaggio di natura fortemente introspettiva, definire quest’opera uno “specchio” sarebbe alquanto riduttivo: uno specchio ci induce inevitabilmente a pensare ad un semplice riflesso, lo stesso contro il quale ho combattuto tutta la vita e che ho cercato con tutte le mie forze di cancellare, delimitando la mia identità entro i confini di quelli che fossero i pronostici sociali e di ciò che gli altri si aspettassero da me in quanto donna, vittima, stereotipo, danzatrice, scrittrice, attivista, ragazza oggettivata e criticata per le sue tendenze istrioniche che alla fine dei conti non erano altro che la mia libera manifestazione identitaria. All’interno dell’opera mi impegno, con modalità talvolta sfacciate, a deludere quelle aspettative a cui ho cercato di ottemperare tutta la vita per restituire un nuovo volto ad un’immagine defraudata, violata, marchiata nella sua integrità a causa delle violenze subite – in rete quanto nella vita reale – e mi accingo, in maniera quasi selvaggia, ad irrompere attraverso un mix di rabbia e ironia nelle coscienze e nelle menti, contribuendo al disfacimento di tutti quegli stereotipi che, volente o nolente, hanno incoraggiato la cancellazione della mia identità, quasi sempre offuscata dall’egemonia patriarcale e dall’efferatezza dei pregiudizi collettivi. “Tutto ciò che sono” offre un’accurata visione del mio mondo e lo fa in maniera netta, dettagliata, imponendo in alcuni momenti il silenzio, in altri l’empatia ed alternando al racconto delle mie drammatiche esperienze, il contraccolpo di un viaggio evolutivo tessuto di sogni, speranze disattese e tentativi di ribellione non sempre andati in porto. Un’Ilaria consumata dai pregiudizi e da quelle battaglie che credeva di vincere e che invece ha fallito, rimanendo comunque in piedi. Un’Ilaria che sembra odiare l’intero genere maschile fin quasi a desiderare di sovvertirne la specie, ma che al contempo crede ancora nella possibilità che essa possa diventare una valida alleata, ovviamente solo a seguito di un lungo e faticato percorso di consapevolezza. Un’Ilaria attanagliata dalle sue stesse vulnerabilità, dai suoi mostri e da quei pensieri che non racconta a nessuno, ma al tempo stesso portatrice di un grido feroce e dirompente, il quale gioca ad essere veleno e antidoto per ogni coscienza. Questo, perché il mio libro rappresenta, in primis, il tentativo di elaborazione di un dolore messo al servizio della collettività. È stato un punto di partenza, plasmato dalle lacrime la sera che io amo definire “delle sabbie mobili”, tema ricorrente nei miei precedenti lavori. Con quest’espressione mi riferisco pressappoco al momento in cui si tocca il fondo e nel quale si realizza di non poter far altro che risalire. Ebbene, iniziai a scrivere questo libro la sera del mio primo tentativo di suicidio, dovuto perlopiù all’ingente vittimizzazione perpetrata a mio danno dall’opinione pubblica.

Scrivere spesso aiuta a metabolizzare, per quanto possibile, ciò che ci succede. Anche a te è capitato lo stesso?
Le rispondo con uno stralcio tratto dal mio libro: “La scrittura è quella nobile arte che ti permette di metterti a nudo senza toglierti i vestiti”. Per me la scrittura – così come il ballo e l’arte in senso lato – ha sempre avuto un ruolo salvifico. Mi ha salvata in un numero indefinito di occasioni: la sera del mio primo tentativo di suicidio; quando tra i banchi di scuola ero vittima dei bulli e infine quando trovai il coraggio di denunciare i soprusi subiti. A dispetto delle vicissitudini e di tutte le difficoltà che richieda un viaggio introspettivo, è sempre stata un‘arma di difesa, nonché uno strumento di rivalsa, ribellione, liberazione e denuncia sociale. Tuttavia, ritengo che non sia possibile utilizzare la scrittura come mezzo di comunicazione senza aver prima iniziato un viaggio introspettivo nei nostri bassifondi, senza aver prima messo a fuoco le proprie paure, i propri cavilli e tutte quelle lacune emozionali situate negli antri più profondi del nostro essere. Per far sì che tutte queste vicende abbiano un ruolo funzionale per sé e per gli/le altri/e è necessario scavare a fondo, ravvisare il proprio dolore, tenerlo per mano, permettendogli di giungere in superficie, ed infine elaborarlo. Reprimere il dolore non ci permette di svelare fino in fondo noi stessi/e, né ci darà lo stimolo per raccontarlo ad altre/i. Per me è importante che le mie lettrici e i miei lettori si riconoscano nei miei scritti e che vivano le mie tempeste, le mie turbe mentali e perché no? Magari anche le mie vittorie! Trovo sia indiscutibilmente vacuo tentare di porre rimedio alla propria sofferenza senza prima aver dato adito alla comprensione, all’introspezione e a quell‘empatia che c’eravamo promesse/i di non provare mai più. È indispensabile che il dolore venga rielaborato, sviscerato e sperimentato sulla propria pelle prima di leccare le ferite altrui e permettere al soffio delle nostre labbra di tramutarsi in un antidoto. Non si può pretendere di trovare un cura, senza prima aver provato l’impeto della malattia. Non ci si può curare se prima non ci si ammala. La gente ha bisogno di vedere la realtà, ha bisogno che le venga sbattuta dritta in faccia, di sentirla ardere sulla pelle! La malvagità è testarda, ma chi decide di adoperarsi per contrastarla, deve esserlo di più! La gente ha bisogno di vedere, di toccare, di realizzare cosa l’essere umano sia in grado di fare e quanto questo, il più delle volte, possa rivelarsi disdicevole. E inoltre è risaputo, senza comprensione non può esserci comunicazione. Se hai voglia di leggermi, devi anche essere disposto/a a comunicare. E se vuoi comunicare con me, devi guardare i miei mostri e di conseguenza, anche i tuoi.
Nelle mie opere, l’empatia ha un ruolo determinante. Come già espresso, tendo a far sì che chi mi legga, possa interiorizzare il mio vissuto, le mie esperienze. È di consuetudinaria amministrazione metterci seduti/e su un trono di saccenza e puntare il dito. Involontariamente innalziamo dei paletti che hanno, volente o nolente, una componente discriminatoria. Nelle mie opere, cerco di annientare ogni possibile divisione tra me e il lettore: non più “io contro di te”, bensì “io insieme a te”. Mettersi nei panni degli/delle altri, per quanto dispendioso e svilente sia, resta sempre la cosa più bella del mondo.

Dacci tre motivi per cui le persone dovrebbero leggere questo libro
Innanzitutto perché è un messaggio scomodo. In una società conformista come la nostra e in cui veniamo inevitabilmente addestrati ad omologarci è importante provare ad essere la voce fuori dal coro. Credo che il mio sia uno dei pochi libri che affronta da vicino ciò che nel 1875, la nota regista Margaret Lazarus denominò “cultura dello stupro”, quel bagaglio di norme patriarcali, codici comportamentali e retaggi trasmessi dai media, dalla società e sovente anche dalle istituzioni che minimizzano e incoraggiano la violenza maschile, declinandola ad un semplice fatto ordinario. Tale meccanismo viene implementato da quella che gli studi di genere definiscono “vittimizzazione secondaria” il cui processo consiste sostanzialmente nello spostare l’attenzione dall’autore del misfatto alla vittima che conseguentemente, sarà ritenuta parzialmente o totalmente responsabile della violenza subita. Questo argomento viene affrontato all’interno del monologo “Com’eri vestita?”, la domanda che sovente viene rivolta a tutte le vittime di stupro. Difatti, nel brano una donna vittima di violenza sessuale si reca dalle forze dell’ordine per denunciare l’accaduto. Qui la stessa si interfaccerà con un ispettore che anziché accogliere il suo grido d’aiuto, le chiederà con un‘insistenza a dir poco inopportuna come fosse vestita al momento dello stupro, trasformando di soppiatto un episodio scabroso in un fatto totalmente ordinario, fomentato in una qualsivoglia maniera dall’abbigliamento della donna che all’improvviso si ritroverà impotente dinanzi al suo esercizio di potere. Suppongo, pertanto, che la storia della protagonista sia anche quella di qualunque donna che almeno una volta nella vita, abbia sentito fiatare sulla propria pelle l’effluvio della violenza patriarcale e quel bagaglio di preconcetti e condizionamenti sociali imposti da una società che a dispetto delle numerose battaglie, vede ancora noi donne occupare una posizione subalterna rispetto all’uomo.

In secondo luogo, perché non è il classico libro che ci si aspetta da una vittima di violenza. È una denuncia sociale che trasuda intensità, commuove, tocca corde dolenti, talvolta anche in maniera selvaggia e persuasiva. Ma non è una lettura pesante, tutt’altro: spesso provo ad esercitare l’ironia, scherzando sull’eterno scontro tra maschi e femmine e divertendomi ad asfaltare il completo campionario di incel, misogini con cui ogni ragazza ha a che fare quotidianamente.

Infine, perché non si limita ad ad essere un messaggio di sensibilizzazione per le vittime, ma uno schiaffo in faccia per i carnefici che magari, leggendolo, si riconosceranno nella figura del “mostro” evitando di perpetrare determinate condotte e violenze.

Oggi si parla tanto di parità di genere e violenza sulle donne. Al di là delle chiacchiere, sono stati fatti dei passi avanti?
Come ribadisco all’interno del libro, viviamo in una struttura sociale patriarcale, che vede ogni giorno le donne come vittime, preservando l’attuale status Quo mediante colpevolizzazione. In altri termini, se non ti sforzi di incarnare almeno visivamente lo stereotipo della donna disperata, non meriti credibilità. Spesso, quando una donna denuncia una violenza, ci si aspetta da lei sottomissione, passività. Dobbiamo necessariamente confinarla nel suo dolore. Invece io esorto le vittime a contrapporre la passività tipica di chi subisce alla reattività. Ho cercato, attraverso il mio libro, di concretizzare questo mio intento già a partire dal linguaggio. Parlo delle donne in quanto donne, non in quanto vittime. Ritengo che, per giungere a un cambiamento sociale bisognerebbe insegnare la parità di genere, dalle scuole. Per esempio si potrebbero organizzare corsi a frequenza obbligatoria non solo per i ragazzi ma anche per i loro genitori. Proprio dai genitori, infatti, un bambino apprende determinati stereotipi. Questi possono sembrare inizialmente banali ma, in realtà, condizionano quella che è la formazione del ragazzo. Qui trae le sue radici il “victim blaming”, la dinamica sociale di sottostimare il carnefice a danno della vittima.
Inoltre occorre cominciare a pensare al fenomeno della violenza non solo in termini di prevenzione da parte dalle donne, ma anche come meccanismo punitivo del colpevole. È questo che fa la società, indirizza le donne sulla strada giusta senza pensare ai carnefici. Abbiamo le associazioni che contrastano la violenza dove si è vittimizzate, abbiamo le case famiglia dove si confinano le vittime. Ma quando faremo delle case per maschi maltrattanti? Quand’è che isoleremo loro? Quando sposteremo il focus dalla vittima al carnefice? È da qui che inizia il cambiamento, dalla presa di coscienza. Il mio libro si impegna, difatti, oltre a fomentare consapevolezza nelle nuove generazioni, porta con sé tanti propositi, come quello di abbattere i cliché sociali che vogliono una donna vittima relegata nel suo dolore.
Voglio che questa società cambi radicalmente il suo modo di prevenire. Noi, anche a livello burocratico, culturale, ideologico, abbiamo uno schema preventivo piuttosto che uno schema punitivo. Si invitano le vittime a rinunciare ad una parte importante della propria libertà per rendere tutto più semplice al carnefice. Si dice alle donne vittime di violenza “chiudetevi in casa, scappate dal luogo in cui vivete, non inviate le foto”, quindi, si reprime una parte importante di quella che è la donna, la sfera femminile, che è appunto la sessualità, perché veniamo sempre invitate ad adeguarci sulla base di un istinto sessuale maschile, dobbiamo stare attente agli uomini ma anche giustificarli. Insomma, dobbiamo evitare di andare nella tana del lupo, trascurando che è proprio la tana del lupo ad essere parte integrante del problema, non le donne che passano da lì. Auspico che venga attivata una rete a sostegno delle vittime anche dal punto di vista psicologico, per reintegrarle anche socialmente – perché molto spesso, le donne vittime di revenge porn vengono licenziate, come nel mio caso – e che vengano introdotti, soprattutto nelle scuole, dei corsi a frequenza obbligatoria che educhino i bambini alla parità, al rispetto del sesso opposto. Non più educazione civica, ma educazione alla parità di genere e all’eguaglianza.

Quasi ogni pagina ha un titolo. A cosa è dovuta questa scelta stilistica?
Tutto ciò che sono è una silloge di 377 componimenti. Prose, aforismi, poesie, pensieri e racconti delle violenze subite in prima persona. Una vasta raccolta di testimonianze di una delle tante survivor in lotta contro gli stereotipi e le violenze di ogni sorta. Ha un ritmo altalenante, incalzante, a tratti anche dispersivo. Momenti in cui sembra voglia maledire il cielo si alternano ad altri permeati di speranza e fiducia nell’umanità. Devo ammettere che ai tempi della stesura non fossi al massimo della mia lucidità e nel pieno delle mie facoltà intellettive. Ed è esattamente questo ciò che volevo trasmettere. Insomma, non esagero quando dico che il mio libro è un invito all’empatia.

Parliamo adesso di te. Prima vittima del revenge porn e ora perfino indagata. Cosa è successo?
La mattina del 6 novembre e a seguito delle mie numerose denunce pubbliche, arriva a casa mia la polizia postale. Ero felicissima perché convinta che avessero buone notizie da darmi. Tutt’altro, mi dissero che c’era un mandato di perquisizione’ venivo accusata di Revenge Porn nei confronti del mio ex perché dai tabulati risultava che i profili fake creati nel periodo della nostra relazione partissero dal mio telefono. Queste accuse sono state avanzate anche da un altro mio ex, al quale in passato avevo mandato delle foto sotto sua richiesta e che poi avevo denunciato per averle rese pubbliche al livello virale. C’è da dire che la polizia postale quel giorno ha messo a soqquadro la casa, nonostante gli avessi consegnato spontaneamente ogni dispositivo. Sono stati di una brutalità disumana. Essendo mia madre buddista, abbiamo dei mantra sulle pareti e loro hanno scritto sul verbale che hanno trovato raffigurazioni esoteriche inerenti alla magia.
Come credo che sia stato possibile creare quei fake? Semplice, mi hanno clonato il numero, ma evidentemente alla postale non è venuto in mente. Ci tengo a precisare che ho sempre creduto nelle forze dell’ordine per il lavoro che svolgono, ma l’opera di deumanizzazione che sovente viene espletata a danno delle vittime è inquietante. Al momento della denuncia mi sono sentita dire “Sei, una scrittrice, come ti è venuto in mente di fare certe foto?” , come se la sessualità fosse una prerogativa di tutta, a eccezione delle scrittrici. Il giorno della perquisizione, l’ispettore mi rimproverò di finirla con i miei piagnistei perché avrebbe chiamato l’ambulanza e mi avrebbe fatto portare via. E dopo aggiunse “dai che ora viene a prenderti mammina e magari si porta dietro Barbara D’Urso e tutta l’equipe della Rai”, quasi a sfottò. Mi sono ritrovata nel giro di poche ore da vittima a carnefice, senza aver commesso alcun reato. Sono incensurata e ho sempre avuto una buona condotta. Senza contare che il giorno seguente sono finita su un quotidiano nazionale come carnefice e su altri in cui venivo addirittura definita “autrice di revenge porn”. Ad oggi non riesco a comprendere come sia potuto accadere. Poi quando ho scoperto il nome del giornalista che aveva pubblicato il pezzo su di me e ho scoperto che si trattava di un mio concittadino ho pensato “ok, ora tutto torna”. In uno dei miei interventi televisivi lamentavo la mancanza di solidarietà da parte dei miei concittadini. Si sa che in un contesto di poco più di diecimila abitanti, i pettegolezzi siano all’ordine del giorno. Ma a causa di questa situazione, molta gente del posto mi ha tolto il saluto, altri addirittura mi accusano di satanismo e stregoneria per via della setta che in un secondo momento mi ha irretita, quei pochi che mi salutano lo fanno di nascosto per non farsi vedere da altri. Sono vittima di denigrazioni, minacce e mobbing ogni giorno e spesso sono proprio i miei concittadini a incentivare gli sfregi che la società in questione sta perpetrando contro di me. Scorsa estate mi è stata fatta una scritta sul muro dell’androne “Ilaria sei una pornostar, devi morire” seguita dall’inserimento di escrementi, urina, petardi e profilattici nella mia cassetta delle lettere. Sono stata picchiata, minacciata, bollata come poco di buono e accusata di utilizzare la mia vicenda personale come pretesto per sbarcare il lunario. Alcune persone mi definiscono una “manipolatrice”, una donna il giorno prima della vigilia di Natale mi ha scritto commenti talmente offensivi che quella stessa sera ho tentato il suicidio. Mia madre si è svegliata di notte e mi ha trovato con il coltello in mano. Mi sono ritrovata sul punto di commettere una follia. Non avrei mai pensato di arrivare a tanto. Senza contare che quell’articolo su Repubblica ha aggiunto un carico ingente di vergogna alla mia attuale condizione. Alcuni giornalisti non mi credono più e non mi permettono di parlare del mio libro. Qualche mese fa fui invitata a presentare il mio libro in una trasmissione di una nota TV locale. Quella sera stessa era presente anche l’autore dell’articolo. Dopo la serata il conduttore mi disse che non era più possibile promuovere il mio libro. Fatalità?

Il dottor Marzaduri Marco ti ha denunciata. Come è andata a finire il tutto? Il Giudice avrebbe archiviato le accuse nei suoi confronti
In realtà il giudice ha archiviato anche le sue e ad occhi si ritrova ad essere imputato. Dopo aver distrutto tre anni della mia vita si è adoperato altresì nella diffusione illecita del mio libro online, chiedendo la rimozione dai vari digital Store. Pertanto, alle accuse di hacking, truffa, minacce, stalking, diffamazione e furti di identità si aggiunge anche quella di pirateria.

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