La vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto: i doveri della satira

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La vignetta di Charlie Hebdo
La vignetta di Charlie Hebdo

Un uomo ricoperto di sangue per richiamare la famosa pasta al pomodoro. Una donna affranta con il viso distrutto per ricordare le “penne gratineès”. Poco più in là sullo sfondo, ma non troppo, un lasagna vivente: strati di uomini ricoperti dalle proprie case. E’ la vignetta di Charlie Hebdo che rappresenta i terremotati della fatidica notte tra il 23 e il 24 agosto. Satira o non satira? Libertà d’informazione o cattivo gusto? Sono queste le domande che da ieri si ripropongono sul web e in tv. Ognuno ha il diritto di esprimere il proprio parere. Però ci sono alcune cose da considerare che vanno oltre il buongusto e riguardano il dovere che ogni giornalista ha nei confronti dei suoi lettori.

Che sia attraverso un disegno, una frase detta in televisione o scritta sulla carta stampata, ogni buon giornalista ha l’obbligo d’informare i suoi lettori. O, compito ancora più arduo, smuovere le coscienze del pubblico, fare in modo che la società si renda conto di quello che la circonda, fare in modo che ogni singolo cittadino possa sviluppare un proprio pensiero critico. Purtroppo, però, il disegno proposto ieri dalla redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo non ha smosso le coscienze degli italiani ma la loro indignazione. E probabilmente i protagonisti di quelle vignette non hanno tutti i torti. Se, come scritto appena qui sopra, lo scopo della satira è soprattutto quella di suscitare dei dubbi nei lettori, in modo che quest’ultimi possano andare oltre le immagini irriverenti, allora possiamo ammettere che il disegno di ieri ha fallito nel suo intento madre.

Dopo aver visto quei visi, quelle caricature di giorni di sofferenza e disperazione, il popolo italiano ha deciso di non comprendere realmente quello che i disegnatori avevano in mente. Ha deciso, invece, di concentrarsi solo su ciò che quelle immagini hanno suscitato: rabbia. Ma non verso il governo che ha permesso al terremoto di avere una portata simile sulla vita di queste città, ma nei confronti di chi ha deciso di andare oltre il dolore di queste famiglie troppo presto.

Io, da cittadina italiana, credo che gli errori siano due: in primis la modalità con cui sono state riprodotte le immagini. Certo, è chiaro, che l’intento era quello di mostrare come il Bel Paese non sia pronto alle tragedie e, invece di prevenirle, ricopre successivamente gli sventurati di pasta al sugo e amatriciane per strappargli un sorriso. E siamo tutti d’accordo che questo è indubbiamente conforme ai fatti. Ma perché mostrarlo con questi disegni? Perché far si che un pensiero così onesto, puro e anche giornalistico finisca per essere ricoperto dalla rabbia? Se si vuole prendere di mira la mafia, o chiunque ricopra le sue gesta, sono quelle le caricature che devono comparire in prima pagina. Non quelle di persone che hanno perso tutto: la dignità, la famiglia, una casa.

In secundis, credo che il problema sia stato il tempo. Troppo presto per una ferita troppo grande. In ogni situazione che sconvolge la nostra coscienza c’è un momento per l’elaborazione e uno per la riflessione. Oggi per l’Italia è il momento di elaborare i fatti, non di spiegarli. Gli animi sono ancora troppo scossi dalle immagini che si susseguono in tv o sui giornali, per capire davvero cosa c’è dietro a questo enorme disastro naturale. E’ giusto che le autorità inizino le proprie ricerche per scovare i colpevoli, ma per i cittadini, invece, ora è il tempo della solidarietà, che è compagna del dolore. Dopo verrà la calma piatta e con essa la riflessione. «La satira è tragedia più tempo. Se aspetti abbastanza tempo, il pubblico, i recensori, ti permetteranno di farci satira», scriveva Lenny Bruce. Ieri Charlie Hebdo non ha rispettato il tempo. Ieri Charlie Hebdo non è riuscito a trasmettere niente ai suoi lettori. Ieri Charlie Hebdo ha fallito. 

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