Nisida, scoppia una rissa. E’ subito polemica sul funzionamento dal carcere minorile

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Sono in 12 su un campetto da calcio a Nisida. L’iniziativa fa parte del nuovo “trattamento” per i giovani detenuti. A toccare quel pallone sono ragazzi con una storia simile. Ma allo stesso tempo diversa. Sono piccoli camorristi, figli di famiglie rivali. Alcuni sono giovani alle prime armi. Altri, dai 20 anni in su, sono calati nella parte fino al collo. Sarebbe proprio questo mix letale a dare il via alla lite. Proprio lì sul quel campetto di calcio che dovrebbe favorire la rieducazione.

Il movente della rissa non è ancora chiaro. Ma sicuramente l’eterogeneità non ha aiutato. Di certo rimane solo la spaventosa dinamica dei fatti. Due ragazzi iniziano a litigare, poi gli altri arrivano a difendere o uno o l’altro. Perché si sa il rispetto verso i compagni è la prima cosa. Leggi di strada che valgono anche dietro le sbarre. Tre agenti della polizia cercano di intervenire, ma vengono brutalmente picchiati. Feriti, seppur non in modo grave, finiscono all’ospedale. Quei “giovani adulti”, invece, rientrano nelle proprie celle. Fieri d’aver tenuto alto il nome della loro famiglia.

Sul posto si reca il dirigente del Centro giustizia minorile della Campania Giuseppe Centomani per cercare di capire come sia potuto accadere un episodio del genere. E soprattutto chi sia stato a scatenare tutto ciò. Il sindacato pensa di aver già trovato i colpevoli e punta il dito contro “la paranze dei bambini”, la gang di mini camorristi che in due anni ha comandato nella zona di Forcella. Alla fine, il bilancio parla di una rissa tra dodici ragazzi, di cui alcuni con familiari nella camorra di Forcella, della Sanità, di Ponticelli e di Secondigliano e tutti già maggiorenni. Un solo minorenne coinvolto, 17 anni. Nessuno di loro ferito.
Un episodio come un altro. Una normalità che fa riflettere sul funzionamento del carcere minorile. E’ opportuno che giovani adulti dai 18 anni in su, già inseriti nella criminalità organizzata, condividano la cella con ragazzi più piccoli e meno esperti? Il tema è caldo e suscita pareri differenti. Per il segretario Ciro Auricchio, membro del sindacato Uspp (Unione sindacati di Polizia penitenziaria) della Campania, «la presenza dei “giovani adulti” (minori di 25 anni, ndr) sta creando notevoli problemi di gestione e la compromissione del modello di “trattamento” minorile. Perché questa volta si tratta di elementi di spicco della camorra».

Una soluzione sarebbe quella di separare i ragazzi.  Anche in questo caso, però, ci sarebbero delle difficoltà evidenti. «I reati sono tanti e sono casi complicati. Che facciamo? Non li possiamo isolare tutti — interviene Francesco Cascini, a capo del dipartimento di Giustizia minorile — Il recupero va fatto in una comunità per sfruttare al massimo la socialità. Queste cose (la rissa, ndr) possono succedere, accade anche tra adolescenti non reclusi. Anche se il problema non va sottovalutato e bisogna lavorare di più sui ragazzi vicini alla criminalità organizzata. Per ora teniamo già separati i più piccoli dai ragazzi più strutturati e vicini alla criminalità organizzata. Sicuramente sui cinquantacinque ragazzi ospiti di Nisida si può fare qualche separazione, ma senza eccedere, altrimenti saranno condannati all’isolamento». E in questo modo «si rischia di rendere più difficile il recupero». Anche perché,  conclude Cascini, « tra i 21 e i 25 anni la legge permette di mandare questi ragazzi in un carcere per adulti, ma se noi tentiamo sempre di trattenerli nelle strutture minorili è proprio per raggiungere quel recupero necessario».