The Last Dance su Netflix: il racconto dei Chicago Bulls di Michael Jordan

La docuserie ripercorre la leggendaria carriera del numero 23 e dei sei titoli NBA vinti con Scottie Pippen e Phil Jackson

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Michael Jordan, protagonista di The Last Dance, Foto Google Contrassegnata per essere riutilizzata
Michael Jordan, protagonista di The Last Dance, Foto Google Contrassegnata per essere riutilizzata

Se in questa quarantena di vuoto totale di sport, vi siete approcciati alla visione di The Last Dance, su Netflix, è molto probabile che la NBA abbia un nuovo fan. Se invece l’avete visto già da appassionati, forse adesso non avete più dubbi (qualora li aveste in precedenza) su chi è il Greatest of All Time. Ad ogni modo, la docuserie conclusasi ieri con l’emissione degli episodi IX e X, è già la più vista della piattaforma e si candida a spot per questo sport, ma non solo. L’ultimo ballo di una squadra epica, che, grazie a questa produzione, rimarrà ancora di più scolpito nell’immaginario comune.

Il racconto delle gesta di Michael Jordan sul parquet viene eseguito magistralmente tra continui salti nel tempo tra il 1998, il suo ultimo anno con la casacca dei Chicago Bulls, e gli anni precedenti, funzionali a costruire tutto l’itinerario narrativo per far comprendere allo spettatore come si è arrivati a quel punto. A corredo delle immagini delle partite, degli allenamenti e dei retroscena, le interviste dei protagonisti e ovviamente del protagonista, il numero 23.

Il basket è, ça va sans dire, il filo conduttore di tutta la serie, ma tutti gli altri motivi contestuali e contingenti arricchiscono una storia che è ormai già leggenda. La vicenda del razzismo nel North Carolina, il problema delle armi negli Stati Uniti e molti altri temi contribuiscono a mettere in primo piano anche le vicende personali ed emotive di giocatori, allenatori e staff della squadra dell’Illinois.

Vedere The Last Dance significa compiere un viaggio tra gli anni ’80 e ’90 principalmente in giro per gli States con una piccola parentesi alle Olimpiadi di Barcellona 1992, dove, probabilmente è scesa in campo la squadra più illegale di tutti i tempi, il famoso Dream Team. Ma significa anche emozionarsi per le vicende sportive e personali. Anche chi non è proprio simpatizzante di Jordan, finisce per sperare che ogni tiro entri, che ogni serie finisca con un “4” a favore dei Bulls, e che ogni stagione con un anello in più per Phil Jackson.

Quando poi la serie sfocia nel drammatico con il racconto degli omicidi dei padri di Michael Jordan e di Steve Kerr, bisogna avere poca empatia per il genere umano per non sentirsi quanto meno provati da quanto si sta vedendo. Tra le immagini più toccanti, probabilmente, Michael Jordan steso a terra piangendo mentre abbraccia il trofeo appena conquistato del 1996, il primo a cui suo padre non ha potuto assistere per via del suo assassinio tre anni prima e del primo (provvisorio) ritiro di Jordan dal basket. 

Ci sarebbero tanti altri temi da analizzare, come il rapporto conflittuale tra la squadra e il General Manager Jerry Krause, il ruolo da secondo d’eccellenza di Scottie Pippen o la sregolatezza assoluta e ineguagliabile di Dennis Rodman. Ma il senso di tutta la serie sta nella forza mentale e nello spirito competitivo di Jordan, del suo vincere a tutti costi, anche insultando e cercando di ottenere il meglio dai propri compagni o sfidando il suo fisico in Gara 5 del 1997 a Salt Lake City, dopo il “presunto” avvelenamento alimentare della notte precedente. Uno stile non solo sportivo, ma addirittura di vita che può ispirare moltissime persone a tirar fuori tutte le proprie energie positive, per quanto le situazioni, in certi momenti, possano sembrare avverse, come riassume la chiosa finale di MJ: “We went from a shitty team to one of the all time best-dynasties. All you needed was one little match to start that whole fire” (Traduzione: “Siamo passati dall’essere una squadra penosa a una delle migliori dinastie di tutti i tempi. Ci fu solo bisogno di un piccolo fiammifero per appiccare quel grande incendio”.)