Coronavirus, torna la paura al Cardarelli: nuovi casi tra sanitari e pazienti

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Coronavirus al Cardarelli
Ospedale Cardarelli, Fonte Wikipedia

Undici casi e la paura che torna prepotentemente ad attanagliare l’ospedale più grande del sud Italia. Il “Cardarelli” di Napoli ritorna scena di ben undici nuovi contagi dopo la grande felicità degli “zero casi” di qualche settimana fa. Un episodio che arriva a pochi giorni dall’entrata in vigore della fase due e dalle relative riaperture di luoghi pubblici e attività commerciali.

Nelle ultime ora sono due i casi registrati, un infermiere e un paziente del reparto di Medicina, ma già nei giorni scorsi si erano verificati nuovi casi che hanno fatto scattare i protocolli di isolamento e trasferimento all’ospedale “del Mare“. Undici casi che riguardano al momento sette pazienti, due infermieri e due medici del reparto.

Il terrore di una recrudescenza del virus all’alba delle misure per un progressivo ritorno alla normalità colpiscono la Campania che ora potrebbe celare nel proprio territorio nuovi focolai della pandemia. Diventa, dunque, obbligatorio far scattare nuovamente i protocolli di controllo in ogni municipio e nuove misure più stringenti in collaborazione con le ASL e le Forze dell’Ordine.

A spiegare l’accaduto nel nosocomio partenopeo ci hanno pensato i sindacati delle varie categorie che ogni giorno prestano la loro opera al “Cardarelli”. In una nota rilasciata oggi si legge: “La priorità è senza dubbio quella di ripartire, perché queste problematiche rappresentano anche l’occasione di riorganizzare il sistema. Il distanziamento sociale deve mettere fine all’epoca delle barelle ammassate nelle corsie ospedaliere e deve finalmente permettere la rimodulazione del rapporto tra sanitari e pazienti”.

Una nota che non lascia spazio a dubbi e che chiarisce le modalità con le quali bisogna riorganizzare il sistema sanitario all’interno dell’ospedale. A margine della nota si torna a leggere che “da oggi bisogna pensare a non avere più barelle, non lavorare sotto organico e avere chiari protocolli assistenziali”.